Bianca Esposito

Una fiaba

Bianca Esposito

C'era una volta… Ma qui non sono castelli incantati, draghi, principi o principesse, no, c'era una nave. Una nave bianca che solcava il Mediterraneo riportando in Patria gli Italiani. Anzi non si può dire che li riportasse, perché in Italia non ci erano mai stati, erano nati al di la' del Mare. Il loro mondo restava lì, senza di loro, mentre la nave bianca faceva rotta verso l'Italia. Tutta la loro storia sarebbe sbiadita fino a scomparire. Chissà, forse un giorno qualcuno guardando un palazzo, una via, un monumento avrebbe detto davanti a pallide tracce di antiche opere: “Sono passati di qui, sono vissuti qui, prima i bisnonni, i nonni, poi i padri e poi i figli. Infine qualcosa li ha spinti via, allontanati per sempre”.

Molti su quella nave si conoscevano, altri si vedevano per la prima volta e c'erano tanti bambini, ma a quel tempo i piccoli erano tenuti a stare per conto loro, senza infastidire gli adulti. Però una nave è un bel posto per giocare e perciò si organizzarono per rendere divertenti i tre giorni di navigazione. Tutto quello che restava alle spalle sembrava dimenticato.

C'era una bambina di sette anni, con due codini che la mamma legava ben stretti per tenere a bada dei capelli lisci e ribelli. Si incantava a guardare la scia della nave immaginando di vedere delinearsi in essa delle figure, poi i suoi amici la chiamavano e allora si univa alle loro scorribande. Una sera durante le corse sfrenate su e giù per la nave, furono attirati dalla musica che proveniva da un salone. Valeva la pena andare a dare un'occhiata. Ballano, disse qualcuno, che noia, torniamo a giocare! La bambina rimase sulla soglia a guardare. Ragazzi e ragazze ballavano il rock 'n roll. Evoluzioni, le ampie sottogonne bianche svolazzanti, il ritmo incalzante l'affascinavano e restò a guardare con occhi sgranati. “Da grande - si disse - ballerò anch'io così”. Gli amici tornarono a chiamarla: "Ma insomma, ti muovi o no?". E corse via con loro, mentre le ragazze nella sala piena di luci ridevano e stavano applaudendo qualcuno di nome Giovanni.

Il secondo giorno altri giochi, altre corse, ogni tanto sul ponte la bambina vedeva passare le ragazze con quelle belle gonne ampie che usavano allora; erano sempre accompagnate da ragazzi, gli stessi che ballavano la sera prima. Ridevano e scherzavano, scattavano fotografie, passeggiavano canticchiando. Guardandoli, le venne in mente suo cugino, il cugino grande, 17enne. Improvvisi ricordi tornavano alla mente, le continue lamentele della zia per quel figlio che non voleva studiare, che prendeva sempre brutti voti a scuola, le marachelle.

E poi le domeniche passate in spiaggia tutti insieme parenti e amici; suo cugino che raccontava aneddoti di scuola e imitava i professori per divertire i bambini, fin quando i suoi compagni venivano a chiamarlo e lui scappava via insieme a loro facendo cenno di non dire niente alla zia. A lei, la maggiore tra i piccoli, tirava i codini in segno di intesa ed era già lontano. Forse avevano sì l'età di suo cugino, ma non erano simpatici come lui. Ci fosse stato lì Vincenzo, l'avrebbe presa per mano, non l'avrebbe lasciata sola e l'avrebbe portata nel suo gruppo di compagni dicendo con orgoglio: questa è la mia cuginetta.

I giochi continuarono ed erano affascinanti; lanciarsi a velocità sul ponte scivoloso di salsedine e lasciarsi cadere più lontano possibile era una gara entusiasmante e la bambina coi codini era proprio brava, ma una volta quasi ruzzolò addosso a uno di quei ragazzi della sera prima. Il ragazzo alto, magro le disse: "Ehi, bambina, stai attenta. Ti farai male così". E lei, rossa di vergogna, andò a nascondersi tra i suoi compagni. "Giovanni, dai sbrigati, stiamo aspettando te per la foto!". "Eccomi!".

I bambini erano tutti corsi via; urlare nei boccaporti era il nuovo gioco del momento. La vita sulla nave scorreva in un modo irreale, sembrava sospesa tra presente e passato e il futuro non esisteva. Cielo e mare per tre giorni e infine l'Italia. Poche ore ancora ed ecco l'approdo in quello che era il loro Paese. Il viaggio aveva creato e rinsaldato amicizie, aveva allontanato angoscia e dolore creando qualcosa molto simile a una spensierata allegria, ma improvvisamente l'avvicinarsi della costa portava prepotentemente con sé tutta la cruda realtà. Pronipoti di emigranti ritornavano in Patria, ma non avevano più un posto dove andare.

"Ci rivediamo a Roma!" gridavano le ragazze e i ragazzi dandosi appuntamenti e facendo progetti. Baci e abbracci tra lacrime e risate. Nessun altro pareva condividere tale allegria, ma essi erano desiderosi di conoscere finalmente il loro Paese che li aspettava, che li avrebbe accolti amorevolmente e che per loro avrebbe dischiuso tutte le sue bellezze. I 17 anni chiedevano impazientemente di vivere.

La bambina li guardava con ammirazione e interesse; vorrei essere grande come loro, pensava, perché i piccoli non erano in grado di far programmi, né promesse e non potevano darsi appuntamento. In quale città sarebbero andati? La bimba diede la mano alla mamma e lasciarono la nave. Sbarcarono e fu improvvisamente freddo. Un febbraio gelido li accolse in silenzio. E si dispersero. Frammenti di vita furono sparsi ovunque. Non si ritrovarono più e non ebbero nemmeno il tempo di cercarsi, perché ciascuno fu immerso nella propria esistenza. Ognuno fu impegnato, da solo, a lottare.

Il tempo scorre veloce, sfugge via come la sabbia tra le dita di una mano, cerchi di trattenerla, eppure scorre via inesorabile. Così passarono gli anni, uno dopo l'altro, allontanando per sempre il ricordo di un paese caldo, colori vividi, luce accecante e insieme a esso l'immagine di una nave. Intanto la bambina coi codini era cresciuta, diventata adulta e aveva cancellato ogni ricordo che fosse prima di quella nave bianca.

Aveva vissuto, lottato, amato e sofferto. Aveva vinto e aveva perso. Ma poco era stata felice. Era come la principessa triste delle fiabe, che si aggira nel suo castello e guarda intorno al di là delle alte mura a cercare qualcosa che non trova. Poi improvvisamente le erano affiorati alla memoria dei suoni, dei volti, dei nomi e via via tutti i ricordi di una vita che non pensava le appartenesse. Tutto si ricomponeva e allo stesso tempo tutto si fermava con la nave bianca. Ora ricordava interamente la storia che aveva rimosso, tutta la sua storia. Era stata sradicata e trapiantata, ma le sue radici dove erano? In nessun luogo.

Comprendeva cosa era successo e tuttavia comprendere non aiuta a essere felici. E una volta, una sera tardi, molto tardi, dopo aver finito di lavorare, una qualsiasi fredda sera di inverno, in cui la vita sembrava più pesante del solito e una strana solitudine si faceva sentire anche in compagnia tra la gente, ecco apparire, come in una fiaba, il genio della lampada. Ma siccome questa è una fiaba moderna, il genio della lampada era un computer.

Apparve una pagina, una lunga lettera. Lei vi era arrivata per caso. Incominciò a leggere e parola dopo parola il cuore saltava sempre più dalla gioia. Era una storia del tutto identica alla sua. In quella pagina illuminata sullo schermo pareva scorrere la sua esistenza. Qualcuno aveva scritto i propri ricordi, che erano ciò che lei stessa aveva tenuto dentro per tanti anni. C'era tutto e persino la nave bianca. Erano trascorsi quasi cinquanta anni, eppure tutto era vivo e presente in quelle memorie. Per tutto quel tempo quella persona si era sentita come lei. Stesse domande, stessa solitudine.

Contattare l'autore, subito. Ma, chi era? E poi sperare di ricevere la risposta, un giorno. La risposta giunse invece, immediata e impensabile. "Sono Giovanni… e tu, il tuo nome… mi ricorda… ma… non sei per caso la cugina di Vincenzo? Era in classe con me, il mio compagno di banco. Eravamo grandi amici". Due frammenti identici si erano ritrovati infine, dopo quasi mezzo secolo ed era come se il tempo non fosse mai trascorso.

Dunque non era sola, non lo era mai stata. Sorridendo spense il computer e volse lo sguardo verso la finestra; ormai mancava poco all'alba. Il cielo era limpido e l'aria non sembrava tanto fredda, meno fredda del solito. L'inverno sta per finire, pensò.

Torino, maggio 2004