Giovanna Ranaldo

Io e i pazzi

Giovanna Ranaldo, 25 gennaio 2007

Una volta ho riflettuto a lungo su quanto sia strana la natura umana. All'epoca avevo iniziato a lavorare in un Centro d'igiene mentale come educatrice. Dovevo occuparmi della riabilitazione dei pazienti psichiatrici, ma non si trattava solo di persone che seguendo la terapia farmacologica dovevano reinserirsi e tornare ad una vita normale: c'erano tanti personaggi che provenivano da lunghi decenni di manicomio, anche criminale.

Quando entrai la prima volta nella struttura dove dovevo lavorare, mi guardai intorno non senza un forte senso di disagio. C'era un clima apparentemente calmo e presto mi vidi venire incontro Angela, una signora di oltre 43 anni bassa e robusta che avanzava con una camminata piuttosto simpatica, come quella che qualche volta i comici propongono in televisione. Mi sorrideva e con la sua vociona mi chiese se ero la nuova educatrice. Risposi di sì con un sorriso ma tutti i miei allarmi interiori continuavano a rimanere sull'allerta. Seguirono domande a pioggia: chi ero, quanti anni avevo, se ero fidanzata, sposata. In breve fui attorniata da altre presenze, ma la cosa che mi colpì fu il fatto che tutti cercavano di attirare la mia attenzione con il sorriso.

Da persona ‘normale’ (secondo la considerazione sociale), mi sentivo quasi aggredita da tutte quelle manifestazioni nei miei confronti. Paolo, un uomo alto e magrissimo con la mania di esser sempre al centro di tutto, mi offrì un cioccolatino. Gli guardai la mano mentre me lo porgeva: era tutto rovinato, lo aveva tirato fuori dalla tasca e in breve dedussi che era in via di scioglimento, ma lo presi, ringraziando e lo riposi nella giacca che indossavo. Quel giorno cercai di conoscerli tutti i miei pazienti o almeno di imparare i loro nomi. Fu facilissimo perchè ognuno di loro si distingueva in modo sorprendente dall'altro. Non era come in una classe di studenti dove fare in modo di identificarli associando il nome al volto diventa piuttosto impegnativo.

No, in quel centro c'erano: Angela la Pr, Carmela la timida, Paolo il vip, Rocco il poeta, Mariangela la studentessa mancata (una bella ragazza che aveva interrotto gli studi universitari) e perfino Giovanni, il pluriomicida. Mi raccontarono che aveva fatto fuori due zie ed era stato per molto tempo nel manicomio criminale, ma alla fine la madre aveva fatto carte false per farlo uscire facendosi nominare dal giudice sua tutrice. Giovanni sapeva che la gente era intimorita da lui e allora assumeva l'atteggiamento del bossetto esprimendo anche apprezzamenti pesanti sulla femminilità delle colleghe che lo temevano. Capii che se volevo sopravvivere là dentro dovevo regolare il mio atteggiamento in base a ognuno di loro.

Con Giovanni fui durissima. Sostenevo il suo sguardo, per quanto potesse intimorirmi anche per la sua statura. Era alto e aveva proprio l'aspetto del pazzo furioso, oppure le informazioni che avevo su di lui mi avevano impiantato dei condizionamenti psicologici che mi inducevano a vederlo in quel modo. Era più la seconda ipotesi. Feci leva su questo nel mio intimo e presi a dimostrargli la mia fermezza. Cambiò atteggiamento e con me divenne più remissivo.

Una cosa però era particolarmente pesante per me: ogni mattina Rocco (un poeta e pittore che non si separava mai dal suo pacchetto di sigarette) mi torturava con la lettura delle sue ultime poesie. Voleva che esprimessi un giudizio prima di mostrarle agli altri. In realtà, ultime o prime non cambiava nulla per un semplice motivo: erano tutte uguali. Abitate dallo stesso passero che ora si posava sull'uscio di una porta, ora sul davanzale di una finestra, ora su un ramo, ora su un muretto. Insomma, sembrava il racconto di tutti i movimenti di questo volatite nel corso della giornata, solo proposto in poesie diverse. Rocco aveva avuto l'idea di leggere un libro di poesie e ‘Il passero solitario’ si era insinuato così bene nella sua mente che sembrava ci avesse fatto il nido.

Aveva scritto anche una raccolta di poesie, pubblicata e diffusa, voluta dal responsabile del centro perchè diceva che rientrava tra le attività dirette alla riabilitazione. Sarà, ma non riuscii in nessun modo a fargli dare un'occhiatina a qualche altra poesia e il passero continuò a posarsi sulla mia spalla pesantemente! Solo due giorni mi lasciò tranquilla, non aveva l'ispirazione. Aveva esaurito i posti dove questo accidenti di volatile poteva posarsi. Fu un momento di gioia molto breve. Il passero arrivò perfino a mare e andò a schiantarsi sulla prora di una nave a rimirar l'orizzonte, reminiscenze del documentario trasmesso il giorno prima in tv.

In quei giorni imparai tante cose sulla follia umana. Imparai che quelle persone avevano tutti un vissuto pesante dal quale scappavano ma non in modo convenzionale e che, schiacciati dagli eventi e dotati di poca forza interiore, avevano deciso di percorrere quella via di fuga, la più facile. Fondamentalmente avevano sofferto tanto tantissimo. Bastava una mia attenzione per far illuminare sui loro volti uno splendido sorriso e allora imparai a essere dolce il più possibile e propositiva, ma anche dura in certi casi. Una cosa però la compresi subito: il mio equilibrio interiore doveva essere fortissimo, altrimenti rischiavo di crollare sotto le sollecitazioni che mi arrivavano quotidianamente da loro. Quella esperienza lavorativa fu faticosissima ma dentro mi porto dentro un lingotto in più aggiunto al mio tesoro.

Quelli normali non siamo noi, sono loro, che sanno gioire per un sorriso e illuminare la propria giornata per il piccolo dono che qualche volta gli facevamo in occasione di Natale e ricorrenze varie. Sono loro che traggono piacere dalla realizzazione di un lavoro a maglia e che orgogliosamente accrescono la loro autostima, che mi posavano la mano sul braccio e quasi magicamente con lo sguardo mi comunicavano affetto e coccole mentre io mi sgolavo distratta perchè si rifacesse ordine in laboratorio.

Sempre loro riuscivano a capire se ero triste, mostrandomi quanta straordinaria sensibilità possono avere i pazzi. Pazzi? Pazzi siamo noi che non sappiamo guardare alla vita con la libertà che hanno loro e la dolcezza che riescono a instillare in ogni gesto. La follia è una grande cosa, ma va controllata e lasciata a briglia sciolta solo in alcune rare circostanze. Da allora ho imparato a guardare con più gioia a ciò che mi circonda. Ho avuto dei buoni maestri, che hanno saputo riabilitarmi alla vita.