Giovanna Ranaldo

Il Cappellaio matto

28 gennaio 2007

Alzarsi dal letto al mattino e scricchiolare come un vecchio macinino proprio non è bello. Ieri sera ho decisamente esagerato in palestra. Devo darmi una calmata. Faccio subito un rapido programma della giornata. E’ sabato e c’è il sole, non ho nessuna incombenza che mi porti fuori di casa, posso dedicare l’intera giornata a incartamenti e libri in pieno relax e per i nuovi spunti aspettare lunedì. Mi annoierò un po’, ma pazienza. In fondo ogni tanto devo riposare questa testolina che somiglia più a una centrifuga che altro.

Persino la mia marmellata preferita (quella di ciliegie) che mi aspetta a colazione per coccolarmi, ha un aspetto più dolce, invitante. Mentre dedico la mia attenzione alla rassegna stampa, sorseggiando un cappuccino, nell’ombra qualcuno ha già messo a segno un altro colpo nella mia vita e io ancora non lo so.

Dopo la doccia arriva il momento di dedicarmi all’unica incombenza lavorativa improrogabile: la posta elettronica. In breve sul mio monitor vengono fuori una serie di messaggi e tra i tanti uno: il ‘suo’, che aspetta solo di essere aperto. Il mio click risuona come un colpo di bacchetta magica: so bene che è affaccendato in uno dei suoi soliti esperimenti, ma non ho la minima idea che questa volta tocca a me.

Ecco, lo sapevo, è quella canaglia del Cappellaio matto, ne ha fatta un’altra delle sue, sempre ad armeggiare con mille ampolline sparse in quell’accidenti di cucina. Altro che cannella, pepe verde e timo: sono ingredienti segreti quelli là, diavolerie per mettere a punto le sue pozioni. Così riesce persino a imprigionare un raggio di sole nella pietanza designata per il suo pasto. Alchimie? Magari! No, no, peggio, diavolerie di un pazzo scatenato che sghignazza tutto il giorno tra pentolame e polverine magiche, mentre giocherella con l’anima di qualche altro malcapitato”.

C’è una formuletta magica in quella mail (il link a una pagina web), una formuletta che non aspetta altro che di essere pronunciata da me, ed è lì, ammiccante, mentre terribilmente contrariata cerco di calmarmi e affrontare la situazione. Ma si sa, la curiosità è donna e non è mai stata mia abitudine abbandonare il campo di battaglia. Inutile dirlo: sono inquieta per essere stata raggirata in quel modo, ma d’altra parte sono incredibilmente affascinata da quella piccola e apparentemente innocua formuletta. Basta un solo gesto ed ecco l’incantesimo compiuto. Si apre una finestra e appare una figura. Sono io, in veste diversa: una insospettabile biondina intenta nella scrittura, con una piuma in mano da intingere con costanza nell’ampollina di china posta a poca distanza dal quadernetto. Una scrittrice? Ma cosa mai si è inventato stavolta?

Guardo meglio. No, non posso essere io, stavolta ha proprio sbagliato pasticcio. Invece no, il Cappellaio ha dosato bene tutte le sue polverine e più guardo e più riesco a vedermi. Da principio sono in balia di una profonda sorpresa mista quasi a timore, poi l’immagine inizia a catturare la mia fantasia. Mi piace, mi piace a tal punto da continuare a guardare con intensità, cercando di catturare ogni dettaglio, sentendo quella giovane donna sempre più familiare. E’ serena, laboriosa, a tratti entusiasta e sorridente. Sorrido scuotendo il capo: me l’ha fatta un’altra volta. Il Cappellaio matto di certo a quest’ora sta sorseggiando il suo caffè gongolando per il risultato raggiunto.

Ripenso ai giorni precedenti, cercando di delineare la sua strategia. Qualche giorno prima mi aveva presa all’amo, facendomi leggere un suo bel racconto. Gli avevo espresso solo le mie considerazioni perché (per mia ammissione) mi ero sempre ritenuta incapace di scrivere qualcosa da propinare a qualche malcapitato lettore. Riporto i fatti io – ho sempre sottolineato con fermezza – analizzo gli avvenimenti e le dottrine. Ha risposto con un solo rigo: “E’ tardi, ho un esperimento da mettere a punto”.

Non mi ero impensierita più di tanto, era solito sparire e rifarsi vivo con qualche nuova intuizione. Invece, quella mattina mi ha abilmente raggirata, con classe, com’è nel suo stile. L’alchimia, stavolta, ha funzionato, è riuscito a mettere in luce una zona d’ombra della mia anima, facendomi capire che qualcosa da tirare fuori e ripescare in mezzo a mille paturnie c’è sempre stata, nascosta con cura. Che colpo ragazzi – penso aprendomi in una risata liberatoria – come ci sia riuscito non lo so ancora, ma a pensarci bene mi ha fatto un bellissimo dono. Mi ha restituito uno di quei pezzettini di me stessa che spesso si perdono qua e là o forse non si pensa di avere.

Sembrava un tranquillo sabato mattina, di un gennaio intenso di progetti ed entusiasmi più o meno gratificati dai risultati. Invece da oggi ho scoperto un'altra parte di me che avevo completamente ignorato, senza neanche darle una minima possibilità di presentarsi ai miei occhi. Proprio io che di limiti non voglio neanche sentirne parlare.

Che canaglia quel Cappellaio! L’incantesimo è riuscito, lo sapeva, lo sapeva sin da quando mi ha sottoposto quel suo strano racconto. Sarà visibilmente soddisfatto, ma ne ha tutte le ragioni. Di certo a quest’ora se ne sta lì a sghignazzare tra quel suo strano pentolame e le mille ampolline sparse nella sua cucina che cucina non è, perché? Perché questo è l’ultimo rigo. E allora? E allora vuol dire che questa sua ennesima alchimia non ha avvinto soltanto questa briosa biondina…