Giovanna Ranaldo

Il tenente dei Carabinieri

17 febbraio 2007

Certe volte la vita sembra proprio che voglia prendersi gioco di noialtri poveri mortali, sempre in cerca di conferme e felicità che spesso si rivelano effimere. Un giorno ti annienta l’anima con delusioni e dispiaceri, il giorno seguente (o semplicemente qualche ora dopo) ti mette davanti alle cose più belle e semplici, quasi a volerti dire che non c’è motivo di crucciarsi tanto, perché la gioia può essere a due passi da noi, racchiusa nel sorriso di un bambino o nel gesto spontaneo e delicato di un perfetto sconosciuto.

Eccolo il mio “quadretto” di oggi, lo dipingo mentre il tepore del sole mi scalda la pelle, seduta nel centro di piazza del Campo a Siena. Sono appena riuscita a tirarmi fuori dal vicoletto dove la gente aveva gioito per aver visto i campioni della squadra del Milan uscire da un lussuoso albergo per imbarcarsi sul pullman che li avrebbe portati al campo da gioco. Telefonini in su, foto e l’autentica gioia dipinta sul loro volto mentre persino persone adulte cantavano inneggiando i loro campioni un po’ assonnati e flemmatici.

“Quanto entusiasmo – mi son detta – ma che sia giusto o sbagliato comunque scalda il cuore reciprocamente. Magari fosse così all’arrivo dei nostri militari a rientro da una missione – ho pensato per un momento rasentando quasi l’indignazione – ma in fondo con tutti i turbamenti e le incertezze di questo mondo, è bello guardare la gente felice almeno per una volta. Va bene va bene”.

Adesso ritrovo quella stessa parte di folla nella piazza e sorrido perché divisa in gruppetti è tornata alla sua dimensione. Anche la gioia dai tratti nitidamente infantili, la rivedo nel sorrisino furbetto di Biancaneve e la Fatina dei fiori che con le loro morbide alette piumate, svolazzano sulla piazza. Il Carnevale si sta concludendo ed è bello imbattersi in simili incontri. Non hanno più di tre anni e, con un fiocco rosso Biancaneve e una coroncina di fiori rosa tra i riccioli arruffati sulla fronte la Fatina, sono lo spettacolo più bello di tutta la piazza. Sono come una macchiolina di colore in un quadro variopinto di tinte scure, quel “quid” piccolo, intenso, che di certo c’è nella giornata di ognuno ma che diventa luminoso di magiche alchimie solo se si sa guardare, solo se il cuore è bendisposto.

Oggi il mio cuore è così, guarda con fiducia seppur faticando un po’, ma osservando qua e la mi rendo conto che anche il il cuore di molte altre persone è voglioso di questo pizzico di “polvere di fate”. Per le due bimbe incespicare è facile e qualche piccola caduta non manca, ma le manine saldamente si sostengono sui mattoni rossastri per tornare a far risplendere un gioioso sorriso tra due guanciottine rosse. Si si, la polvere di fate ha funzionato, perché in breve anche mamma e papà iniziano a comportarsi in modo strano: sorridono, sembrano tornati bambini mentre si rincorrono lanciandosi coriandoli.

La platea della piazza è catturata, l’entusiasmo si diffonde e mentre qualcuno più in disparte nasconde timidamente un sorriso, sento il sole che si fa più caldo e mi regala un rassicurante tepore. E’ così intenso che lo sento quasi dentro, nel petto, che strano. Ed eccolo lì, il babbo ha terminato tutti i coriandoli, ma non ha fatto i conti con la sua posizione di minoranza: ben quattro donne gli puntano il dito e lui pacatamente esegue, missione recuperare altre munizioni. Giubottini sui nobili abiti, la magia sembrerebbe finita. Ma no, dal buffo cappellino spunta un nasino rosso insieme ad un sorriso. E’ vivo, dolcissimo, talmente coinvolgente che mi resterà appiccicato sul volto per tutta la giornata.

Mentre scrivo qualche pensiero mi passa davanti un tizio, si ferma: “Tu es française?” mi chiede. Gli rispondo di no mentre l’osservo con molta attenzione. Sono solita guardarmi attorno con circospezione, soprattutto quando sono sola in posti nuovi. Non lo avevo notato prima ma il fatto che si sia avvicinato per parlarmi mi rende molto diffidente. E’incappucciato e con una sciarpa colorata che gli avvolge il collo. E’ tutt’altro che trascurato, anzi, i pantaloni alla moda ed il cappotto grigio fanno pensare ad una persona piuttosto curata, forse un professionista. Ma l’istinto ha il sopravvento, il suo volto non è aperto e questo mi mette ulteriormente sul chi vive.

“No non sono francese – gli rispondo – sono italiana”. Lui mi guarda, accenna un sorriso: “strano, avrei giurato che tu fossi francese, sei una scrittrice? Scrivi un romanzo?” Accenno un sorriso, il sole mi acceca e non riesco a distinguere bene i suoi tratti. In quel momento le sue parole mi suonano buffe. “E questo – penso subito - chi me l’ha mandato? Il Cappellaio Matto che è convinto che io sia una scrittrice!” Gli rispondo di no chiedendogli il perché. “Ti ho vista scrivere mentre osservi con attenzione la gente – mi spiega - sembra quasi che tu stia dipingendo un quadro”. Gli rispondo di no a denti stretti.

Di solito sono sempre molto cortese e disponibile al dialogo, ma in questo caso, il fatto che mi abbia osservata così bene e che sia sfuggito alla mia attenzione mentre lo faceva, mi ha messa sulla difensiva. Lui comprende subito, saluta e va via. Continuo a fissare qualche tratto sui fogli che ho posato sulle gambe incrociate per stare seduta più comodamente. Scrivo per un po’. Mi rassereno nuovamente, ma stavolta lo tengo d’occhio. E’ fermo e osserva la piazza da un punto più alto. Ci sono altre ragazze sole che leggono un libro o ascoltano musica. Mi chiedo il perché si sia avvicinato a me, ma alla fine non ci faccio più caso, l’importante resta l’aver attivato tutte le aliquote difensive!

Dopo circa mezz’ora chiudo i miei fogli in una cartellina e mi soffermo a osservare la piazza. Guardo l’orologio, è quasi ora di rientrare, un paio di amici vogliono prendere un caffè insieme più tardi e voglio farmi una rapida doccia prima di cambiarmi d’abito. Il tizio ritorna: “Hai terminato di scrivere?” Gli rispondo di sì e gli chiedo nuovamente il perché. “Hai detto che non sei una scrittrice, – mi spiega quasi poco convinto di questa affermazione – sei una giornalista?” Stavolta gli rispondo di si, ma questa sua nuova conferma al fatto di avermi osservata bene mi rimette nuovamente a disagio. Comprende la mia diffidenza e dopo avermi sorriso se ne va.

Mi guardo intorno, non lo vedo più. Non so chi sia e perché continuava a farmi domande. Mi chiedo chi mai poteva essere. Forse solo un curioso. Qualche volta mi è capitato di incontrare gente in questo modo e alcune mie amicizie importanti sono nate proprio così, permettendomi di arricchire la mia vita dell’affetto prezioso di buoni amici. In questo caso non è stato possibile, qualcosa mi sfuggiva e non avevo voglia di combattere. Mi è bastato godere del sole, della presenza delle mie Fatine e di un’ora di serenità. Il sole inizia a calare, meglio rientrare, qualcuno mi aspetta.

Come al solito sono in anticipo di due minuti sull’orario dell’appuntamento. Aspettare mi da sempre molta noia perché tendo a ottimizzare i tempi. Ho questa voglia costante di utilizzare tutto il tempo che ho per fare mille cose e di conseguenza divento impaziente. Per far passare quei due minuti mi soffermo a guardare una vetrina vicino il parcheggio dell’appuntamento ma ben presto la mia attenzione è attrata da altro. Un Carabiniere conversa con quattro donne fuori un negozio di ferramenta che divertite lo coccolano con affetto.

Mi avvicino incuriosita e domando: “C’è forse stata qualche rapina signore? Vedo un Carabiniere, devo preoccuparmi?” Il tenente, con due occhi meravigliosamente azzurri, mi risponde che sta controllando che non ce ne siano. E’ bello, anzi, bellissimo con la sua uniforme scura e il cappello dal quale fuoriesce un ciuffetto castano che gli copre la fronte. “Scusi, ma questo motorino qui non può stare”, spiega fermamente mettendo mano al calcio della calibro 9 riposta nella fondina. Si certo, un ufficiale con una Beretta Fs…è strano. Ma io ne sono letteralmente affascinata. Mi arriva a stento alla cintura dei jeans e per parlarmi sale un’aiuola di cemento con l’intento di attirare meglio la mia attenzione.

Ha solo cinque anni e una parlantina formale e corretta. E’ persino determinato in quello che dice e, vedendo passare un’ambulanza con le sirene accese, mi chiede scusa e si gira per far segno con una mano di rallentare. Non tradisce un sorriso quel suo visino bello e mi fa una tenerezza incredibile. Le due donne che lo accompagnano mi spiegano che sono le zie e che Raul, questo il suo nome, è letteralmente innamorato dei Carabinieri. Non fa altro che parlare di loro e ricorda con affetto il nonno ufficiale dell’Arma che aveva un cane di nome Sansone, tutto nero, “come deve essere il cane di un Carabiniere” aggiunge lui.

Prendo il mio portafogli e tiro fuori una figurina della Madonna dell’Arma, la Virgo Fidelis. E’ la più bella che ho e la porto sempre con me insieme a S. Gemma, protettrice dei Paracadutisti. “Tenente voglio farti un regalo – gli dico mentre lui mi guarda sorpreso e sale sull’aiuola per arrivarmi più vicino – me l’ha regalata un cappellano militare, un carissimo amico, io la voglio dare a te”. Mi guarda e mi stampa un bacio sulla guancia. Con le zie si parla di questa sua passione così forte e del fatto che non sono riuscite a portarlo in caserma, poiché per via del lavoro i Carabinieri del posto hanno tempo per occuparsi di una visita così importante. Ci vuole il picchetto d’onore.

Lascio alle zie un recapito promettendo di intercedere per il mio piccolo e fascinoso tenente. Ma la sua determinazione in ogni movimento mi stupisce davvero. Non è costruita per nulla e le sue zie mi confermano che lui è sempre così. Un simile amore per l’Arma va premiato e cercherò di fare il possibile perché il suo desiderio di entrare in caserma in uniforme si realizzi.

Lo saluto con una stretta di mano e lui mi dà un altro bacino, felice di quanto abbiamo concordato. I miei amici arrivano in auto e faccio cenno di attendermi. Mi avvicino a loro e mi giro per un ultimo saluto al piccolo tenente. Raul mi guarda con i suoi meravigliosi occhi azzurri e scatta perfettamente sull’attenti aspettando un mio cenno. Lo saluto facendo altrettanto e poi mandandogli un bacino di quelli volanti.