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| Giovanna Ranaldo | |
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![]() La giornata di oggi è stata piuttosto intensa, come le condizioni meteo. Prima il sole, poi la pioggia a dirotto e quell’odore di acqua tutt’intorno sulla vegetazione della base. Questa mattina ho capito quanto siamo fortunati noi italiani ad avere la nostra piccola moka che ci conforta con quel suo rumore quando ci prepara un caffè. Camp Butmir 2 dà l’impressione di un villaggio ben organizzato. Estremamente pulito e ordinato, ha dei vialetti che conducono agli edifici di due piani prefabbricati, circondati di recinzioni in legno, piante e ghiaia. Su alcuni edifici sventolano bandiere differenti: sono i turchi e gli olandesi. Il comandante di Ipu è una persona sobria e cortese e i suoi uomini mi trattano con cordialità e rispetto. Posso affermare di essere coccolata, visto che sono sempre tutti disponibili a esaudire ogni mia richiesta. Poche cose per la verità: la presa per il portatile che non è adatta e un sacchetto per la lavanderia, ma tutto funziona a tal punto che ho trovato persino il pc carico rientrando in stanza dopo una giornata trascorsa a lavorare sul territorio. Una giornata, a pensarci bene, è dire poco. Qui in Bosnia con il contingente multinazionale, le giornate sembrano raddoppiate, come se il tempo consentisse di fare tutto, persino di andare a letto presto dopo innumerevoli attività. Questa mattina ho assistito a una esercitazione a Pazaric. E’ stato interessante, ma mai quanto tutto il tragitto da Sarajevo. Non ero mai uscita prima da Butmir, le strade sembrano dissestate e i cantieri si susseguono con frequenza. Mi ha colpito la tranquillità che ha la gente di questo posto. Sono tutti intenti a gestire la giornata senza alcuna fretta, persino alla guida sembra che tutti gli abitanti abbiamo tempo da perdere, come se invece di spostarsi per un impegno, stessero facendo una passeggiata. Noi italiani a confronto sembriamo tanti pazzi scatenati. Se un bosniaco venisse a Napoli di certo ci prenderebbe tutti per matti: corriamo sì, ma dove? Loro invece sono calmi. Forse perché hanno deciso di prendere la vita con quella serenità che gli è stata portata via con la violenza e le brutture dei conflitti bellici e di quelli legati alla diversità etnica. Il comandante mi ha spiegato che secondo lui è sbagliato parlare di etnia. Bisognerebbe invece riferirsi alla religione, perché gira tutto intorno alla loro fede. In questo momento a camp Butmir suona il silenzio. E’ quasi triste e per un attimo mi fa venire in mente che la gente che ho visto oggi non sorrideva. I loro volti, i loro sorrisi appena accennati non avevano luce. L’espressione spenta dei loro visi mi ha colpito molto. Come i cimiteri sparsi a ogni angolo di strada, persino accanto a un supermercato, con la gente che usciva carica di sacchetti della spesa, frettolosamente. Quanta gente è morta in Bosnia, seppellita così per ovviare anche ai problemi d’igiene! Mentre guardo fuori dal finestrino del blindato del commander di Ipu, penso che per ognuna di quelle steli bianche che si ergono pungolando l’anima nei piccoli cimiteri ci sarà stata almeno una famiglia che porta dentro una pena. Sommando il calcolo è semplice: la gente della Bosnia, indipendentemente dal loro credo religioso o etnia, è triste, ferita, amareggiata. Da Sarajevo a Pazaric le abitazioni sono solitamente di due piani. Poche sono perfettamente rifinite; molte sono quelle lasciate a metà nell’atto dell’edificazione. Tutte intorno hanno uno spiazzo verde. Sembrano tante villette costruite con opportuni spazi, una lontana dall’altra, alcune curate e piene di fiori. Una donna anziana circola nel suo giardino attorno alla casa, vicino ai panni stesi ordinatamente. Cattura la mia attenzione perché indossa un grembiule bianco, come faceva mia nonna quando usciva per sistemare qualcosa all’aperto. Stamane non ci avevo pensato, ecco perché mi sono soffermata su di lei. Questa donna però ha in sé qualcosa di tagliente che riesce a farmi sentire la stessa sensazione di un pugno nello stomaco. Le spalle incurvate in avanti, nonostante la sua età non troppo matura, mi fanno capire che il suo è l’atteggiamento di chi non ha molto di cui gioire. Sollevo lo sguardo. Il piano superiore della sua casa non è opportunamente ristrutturato, ha dei fori evidenti: proiettili che hanno lasciato tracce visibili, non soltanto sulle pareti. Ora inizio a capire che cosa racchiude in sé la Bosnia, una terra bella e fertile, abbruttita dagli uomini. Il viaggio prosegue, ma non posso ancora immaginare quanto di buono possa insinuarmi nell’anima questo paese. Ne ho una vaga percezione osservando gli ufficiali con i quali dialogo più spesso. Hanno qualcosa di diverso dal solito, un quid indeterminabile che li rende persone molto profonde, anche se non posso ancora stabilire quanto. Il mio lavoro qui è solo all’inizio, ma già mi rendo conto che non si tratterà di attingere a piene mani soltanto nozioni tecniche. Qui c’è molto di più e questo mi conforta e mi rende inquieta allo stesso tempo. Nei prossimi giorni avrò più chiare molte cose, ne sono certa. Stranamente mi rendo conto che l’ambiente mi porta ad amplificare le mie percezioni. Mi viene il dubbio di non avere troppo spazio dentro me stessa per conservare tutto quello che arriverà da questa esperienza. Sembra sciocco, ma è un tipo di sospetto che mi rende nervosa. Sarebbe come rifiutare qualcosa di veramente prezioso. La ricchezza non è sempre quel che luccica e qui in BiH, non c’è nulla che sia luminoso, ma tutto è stranamente affascinante |