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| Giovanna Ranaldo | |
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![]() La giornata si conclude anche oggi con una miriade di eventi e voci che si ripropongono nella mia mente insieme con le sensazioni che hanno predominato durante tutto il giorno. Ho lavorato tanto e posso dirmi davvero fortunata perché ho avuto modo di incontrare tanti personaggi che farebbero gola a qualsiasi giornalista. La stanchezza pare che mi perseguiti, ma riesco ad accantonarla. Le cose stanno evolvendo con grande rapidità e riposarsi significherebbe perdere del tempo prezioso. In base a Butmir 2 ci sono stata pochissimo, ma i ragazzi iniziano a riconoscermi e qualcuno incuriosito si ferma anche a salutarmi. Mi sento di casa e questo è un bel problema per chi, come me, dovrebbe avere l’occhio critico e guardare al tutto in modo asettico. L’ordine che c’è qui è affascinante per me che amo le regole. Un ordine che ritrovo fuori dalla base solo nei cimiteri. Se ripenso al viaggio di oggi a Monstar e chiudo gli occhi, il contrasto è stridente. Gli edifici devastati dalla furia dell’uomo si stagliano davanti alla gente come fossero dei giganti a far da monito a una civiltà che non ha avuto la capacità di sopravvivere. Il concetto è difficile da spiegare, soprattutto dopo che in base ormai il silenzio è stato suonato da un’ora. La gente si è uccisa per motivi che potevano essere discussi e trattati opportunamente. Dopo tutto, il buonsenso è figlio di questo secolo. Stamane, lungo la strada, le pareti di abitazioni abbandonate, devastate da proiettili ed esplosivi mi si paravano davanti e io cercavo di immaginare cosa mai potesse essere accaduto in quel posto. Ho dovuto abbassare lo sguardo per allentare la tensione nello stomaco. Monstar è bella e velenosa allo stesso tempo. La mia scorta mi ha mostrato degli angoli suggestivi, pieni di turisti, ma quelle immagini di dolore e violenza non sono più andate via dalla mia mente. Sino a che si vive in pace, nel proprio piccolo guscio, sembra che i fotogrammi di guerre trasmessi dai media, appartengano a un mondo lontano da noi. Da alcuni giorni invece mi sono resa conto che non è così, che tutto è tangibile e doloroso e stranamente me ne sento quasi responsabile. Il perché è semplice: dipende dalla distanza che ognuno di noi ha dagli avvenimenti che si verificano al mondo. Desideravo fortemente una missione in teatro operativo, perché adesso avevo bisogno di toccare con mano quel che da sempre ascolto da altri della Bosnia. Come supponevo, le mie percezioni sono diverse e i miei sensi attingono avidamente tutt’intorno. I nostri lavorano qui e probabilmente ci hanno fatto l’abitudine, ma sono in tanti a confermare che tornare a Sarajevo dopo qualche giorno di licenza trascorso in Italia, è come immergersi nuovamente in un mondo parallelo che poi è un aspetto della realtà del nostro secolo. Oggi ho percepito quanto in me sarà difficile tornare alla vita in Italia con la stessa serenità che avevo quando sono partita. Qualcosa sta cambiando e, per quanto io non riesca a comprendere quale effettivo mutamento stia avvenendo dentro me stessa, ho la consapevolezza che sia positivo. Credo che per molti ragazzi sia così dopo una missione quaggiù. Quasi mi verrebbe da dire che non voglio tornare. C’è tanto di cui arricchire l’anima in bene e male e io ne ho un bisogno estremo. Anche oggi i cimiteri si susseguivano ordinatamente agli angoli di strade e nel centro delle cittadine che abbiamo attraversato in auto. Quanto dolore è seminato nei dintorni! Mi chiedo come si fa a descrivere questa devastazione che non è solo strutturale, ma risiede soprattutto nelle anime di un popolo. Ci proverò lontano da qui, ma già sento che nulla di quanto scriverò potrà essere così denso di significato e verità come il vivere per qualche giorno con questa gente tanto dignitosa. |