Giovanna Ranaldo

Il desiderio di quel caffè turco

6 maggio 2007

La giornata è terminata portandosi via i suoi trambusti. Adesso che tutto appare più lento intorno a me, mi ritrovo a pensare che non vorrei essere qui. Ci vorrebbe uno di quei congegni che ti smaterializzano da una parte per farti ritrovare nel posto che desideri, senza check in, bagagli, passaporti e hostess che ti spiegano come incollarti al sedile durante il decollo.

Fuori dalla mia finestra è buio e penso che probabilmente lo stesso cielo nel quale mi perdo in questo momento c’è anche a Sarajevo. In realtà si tratta forse della solita parte romantica che vuole che certe cose siano vere, ma va bene così, in fondo è lì che ho lasciato il cuore in quei giorni che ho lavorato con i contingenti multinazionali. L’odore della pioggia sull’erba di Camp Butmir era piacevole quando la sera tardi rientravo nel mio alloggio.

Camminavo lungo i viali dove sfilavano ordinatamente gli ingressi dei vari dormitori. C’era silenzio a tal punto che mi sembrava di sentire la mia anima parlarmi mentre percorrevo il viale principale. Una conversazione piacevole per la verità. Quanta gente si sarà alternata in quelle camerate, militari che hanno lavorato dando tanto alla popolazione del posto, per aiutarla a riprendersi da brutture difficili anche a narrarsi. Era questo il momento più bello di tutta la giornata, quello in cui da sola facevo mio quel luogo così denso di vite e di storie da raccontare.

Alla fine mi sono convinta, Camp Butmir ha un’anima. Lo sanno anche coloro che ci sono passati per assolvere i propri compiti durante la missione e rientrare a casa dalle famiglie in Italia. Al mattino tutto cambiava aspetto, come se insieme tornassimo in servizio, operosi e disattenti alle cose più intime. Caffè, alzabandiera e via di corsa. Rientrare al campo era proprio come tornare a casa, sin dalla gimcana all’ingresso di Ipu.

Un paio di volte, dopo una passeggiata serale a Sarajevo ho notato come quell’ingresso potesse farmi sentire perfettamente integrata. Una volta ho persino incontrato i ragazzi che mi hanno scortata durante un’operazione Cimic. Mi hanno accolta con una tale cordialità che sarei rimasta a parlare con loro tutta la notte, ma non si poteva: il rispetto per il lavoro che svolgono è importante.

Sarajevo di notte è una magia inspiegabile. Forse perché i proiettili sulle pareti delle abitazioni sono coperti dall’oscurità o dalle luci dei mille locali aperti, dove si cena e si balla all’occidentale. Ma presto tutto si spegne ed ecco che essa rivive di un suo spirito dormiente. Si risveglia, si palesa ai pochi viandanti notturni e parla di quel che la vita ha consegnato amaramente alla città. Così quelle stesse lesioni e buchi sui muri dei palazzi possono diventare pugni nello stomaco e amplificarsi in oscuri presagi.

Una sera, passeggiando in centro all’uscita di un ristorante, mi sono accorta che in una delle piazze centrali di Sarajevo c’è un cimitero e che tutt’intorno, di giorno, i tavolini dei caffè gremiti di turisti coprono una tale dolorosa vista. E’ come se fino a quel momento avessi avuto gli occhi socchiusi. Ho scoperto una Sarajevo diversa, più vera, mi è entrata nel cuore, sinceramente mi ha parlato e si è insinuata dentro di me sino al punto da desiderare di rivederla una volta rientrata al sicuro di casa, nella mia amata Italia.

E’ bellissima Sarajevo di notte. Si regala all’occhio attento con generosità, palesando i suoi angoli più belli o brutti, ma pur sempre reali. Ci sono tombe ovunque e dopo poco ci si abitua, ma lo spirito ne esce provato e il ricordo aiuta a vivere la vita con maggiore consapevolezza e amore per ciò che si ha e ciò che si è a questo mondo.

Conclusi la mia passeggiata con l’ultimo sguardo al viale dei cecchini illuminato. Camp Butmir aspettava per avvolgere con la sua silenziosa quiete i miei sogni. Stanotte non sarà così, sono in Italia e ci resto ancora per qualche giorno, prima della nuova missione già programmata. Resta la voglia di tornare tra quei viali, la nostalgia di quei volti affranti ma dignitosi, il desiderio del caffè turco bevuto in uno dei locali del mercato insieme ai nuovi amici di Butmir. Ripongo tutto nel cuore. Mi sento una persona fortunata per avere un così grande tesoro da custodire con cura ovunque io vada.