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| Giovanna Ranaldo | |
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![]() Avevo circa otto anni, quando mio padre decise di acquistare un aggeggio strano. Ricordo ancora che lo ripose con cura in auto tra me e mia sorella per portarlo a casa. Sulla scatole campeggiava la scritta 'Olivetti'. Era una macchina per scrivere portatile, racchiusa in un involucro nero. Per un paio di anni rimase lì nello studio, sulla scrivania di mio padre, praticamente inutilizzata, ma dall'aspetto affascinante per due piccine che erano state avvertite di non toccarla per nessun motivo. Era il miglior modello in circolazione. Poi la curiosità di bambina ebbe il sopravvento e chiesi di provarla sotto lo sguardo vigile della mamma. Successivamente iniziai a usarla più di frequente, ma non riuscendo a farla funzionare in modo corretto, per un po' perse di attrattiva. Alle scuole superiori decisi di iscrivermi presso un istituto dove si insegnava l'informatica, la dattilografia, il calcolo e la stenotipia, tutte discipline che avevo valutato come utili ai fini lavorativi e soprattutto all'avanguardia rispetto al latino del liceo. Che testolina! Mi misi d'impegno su quei macchinari e alla fine imparai a scrivere senza guardare la tastiera, con le dita e gli occhi della mente. Fu dura, il primo anno i dolori alle mani portarono molti miei compagni a desistere, ma io no, dovevo imparare. Iniziai ad allenarmi anche a casa, su quella che era diventata la 'mia' macchina per scrivere portatile. Seguì l'anno scolastico con il laboratorio di 'macchine elettroniche' fantanstiche: al solo sfiorare i tasti si impressionavano sui fogli fior di parole. Poi fu la volta della tastiera del computer, quando ancora Bill Gates non aveva fatto in modo di arrivare anche da noialtri poveri studenti sfigati! Quando a 18 anni iniziai per gioco a scrivere per un quindicinale locale, la mia macchina portatile fu preziosa. Ora è riposta in mansarda, sfinita. Quanta gavetta insieme, sempre pronte in pochi minuti a tirare fuori il 'pezzo'. Il tempo è trascorso come lo scorrere delle dita incerte sulla tastiera... così si è svolta la mia vita fino a oggi, facendomi diventare la donna che sono. Tic... tac... fino a scivolare come sui tasti di un piano per sviscerare la musicalità di una sinfonia. |