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| Nietta Grieco | |
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Quando decisi di dar vita ai ricordi, stabilii anche che era giunta l’ora di tornare al Palazzo, di rivedere e richiamare alla memoria del cuore, i luoghi, le cose e le persone che avevano riempito i primissimi anni della mia esistenza. Il palazzo era a Vico Rosario di Palazzo, al numero civico 25, addentrato e perso nei Quartieri Spagnoli o semplicemente i Quartieri, come si definiscono. Così detti perché furono alloggio di truppe spagnole, quando Carlo III di Borbone diventò re di Napoli. Era un palazzo del secolo XVII nel quartiere San Ferdinando, detto anche Palazzo Stamperia. In verità questa stamperia non la ricordo; i miei familiari sì, fu rimossa prima del 1948. Era una calda giornata di primavera, il cielo era di un azzurro terso, l’aria pulita, l’idea di ritornare nel luogo della mia infanzia mi rendeva felice e triste allo stesso tempo. Cosa avrei trovato? Erano trascorsi quarant’anni eppure quei volti amati, quei luoghi erano fotografati nella mia mente ed erano vivi. Ci eravamo ormai trasferiti nella casa nuova, in periferia a Ponticelli, dove mio padre aveva ottenuto una villetta dell’Ina Casa. Tutti fummo felici all’idea di una casa grande, tranne mia madre, alla quale l’idea di trasferirsi non piacque affatto. Lì erano le sue radici e poi la città, con la sua vita, con il suo lungomare. Probabilmente discussero animatamente quando venne il momento di trasferirci perché noi tutti seguimmo mio padre; mia madre ci raggiunse in un secondo momento. Ripercorsi la strada che con mio padre facevo di domenica quando decideva di far visita alla nonna. E’ vivo il ricordo di quella bambina tirata a lucido che correva tenendogli la mano ben stretta per paura che sfuggisse tanto era svelto il suo passo e l’odio feroce per il pullman, arnese puzzolente e maestoso che di lì a poco avrebbe messo sotto sopra il mio povero stomaco, digiuno per l’occasione, ma che non mi avrebbe risparmiato i conati, costringendomi a fare il viaggio penzoloni dal finestrino dove mio padre mi teneva cautamente sospesa. Arrivavo a Piazza del Plebiscito tramortita e completamente svuotata, tanto afflitta che neanche i colombi, che pur mi piaceva rincorrere, erano degni della mia attenzione. Mio padre, al quale il rito dell’autobus era noto, mi dava con le mani una stiratina frettolosa agli abiti, mi riaggiustava il fiocco annodato nei capelli e quasi incurante dei miei mancamenti si preparava e mi preparava alla ormai consueta scena del nascondino. In effetti, facevamo di corsa la strada che ci separava dal Palazzo, dove entravamo come bersaglieri. Mi lasciava dietro un muretto dove mi accovacciavo sapientemente, si faceva vedere dalla nonna, seduta quasi sempre sull’uscio di casa, parlottavano un po’ e quando era certo che la nonna si fosse rassegnata all’idea che fosse solo, con un cenno m’invitava a raggiungerlo. Era l’ultima fatica. Poi tra le braccia della nonna, la sua felicità e la mia, mi ripagavano di una mattinata decisamente difficile. Stavo percorrendo la strada che mi riconduceva al Palazzo Stamperia, al numero 25 di vico Rosario di Palazzo. Era tutto profondamente cambiato. A destra e a sinistra i bassi che davano sulla strada avevano perso i loro colori. Non più cordicelle con i panni da asciugare ma stenditoi allineati, grate fitte alle finestre, porte di ferro. Qualcuno ancora sedeva fuori in strada a godere il sole primaverile, si trattava di vecchi e bambini, in questo nulla era cambiato. Ricordo i venditori sulla strada che portava al Palazzo. Una famiglia rammendava le calze di nailon, ricordo una donna che vendeva al costo di cinque lire pezzetti di zucchero, il venditore delle spighe. Poi la cantina, il tabaccaio, il merciaio. Queste strade, questi palazzi, la loro affascinante sovrapposizione e stratificazione storica ma soprattutto la gente, i suoni, gli odori e gli umori. Camminando scoprivi l'economia del vicolo, la vita dei suoi abitanti che si svolgeva e si svolge prevalentemente per strada, la loro amabilità e disponibilità. Il Palazzo era davanti a me, bisognava solo entrare. Pensai: ci sarà un custode? Mi chiederà chi cerco, che cosa desidero. Cosa risponderò mai? Rifiutai di preparami una risposta. Quel luogo mi apparteneva in qualche modo, perché apparteneva al mio cuore di bambina. “Scusi, dove va? Cerca qualcuno?”. La voce mi riportò alla realtà. Un giovane sulla quarantina mi guardava incuriosito. “Signora, posso aiutarla? Cerca qualcuno?” mi ripeteva. “Veramente vorrei entrare” risposi e mi resi subito conto della mia richiesta imperfetta. “Dove vuole entrare - domandò il giovane tra il divertito e sorpreso - in casa mia? Si accomodi prego”. “No! - risposi con imbarazzo - vorrei avere accesso al cortile. Abitavo qui molti anni fa e vorrei rivedere questi luoghi”. “Lei abitava qui? E vorrebbe vedere questi posti - riprese il giovane senza abbandonare la sorpresa dipinta sul viso - posso sapere come si chiama? Sa, conosco alcune delle persone che hanno abitato qui”. Gli accennai di nonno Peppe e mentre gli davo qualche indicazione sbirciavo dentro. “Questa era la nostra casa” mi sentii dire, ma non volli entrare, preferivo ricordare ‘quella casa’. Gli odori, mancavano gli odori. Il caffè, il buon profumo del caffè mancava. Mi rividi sull'uscio. L'ultima volta che sono entrata qui fu ai funerali di nonno Peppe. Frequentavo il secondo anno di università. Dal Corso Vittorio Emanuele spesso mi portavo giù ai Quartieri attraverso le stradine di collegamento. Quella mattina non andai all'università; mi fermai direttamente qui: il nonno stava morendo. La mamma e la zia Carmela erano in camera e parlottavano tra un singhiozzo e l'altro. Poi il pianto diventò inconsolabile e mi diede la certezza che mio nonno non c'era più. Continuai a starmene appoggiata alla porta, non entrai nella mia stanza delle meraviglie. Si aspettava il medico che attestasse il decesso. Quando lo vidi entrare incominciai a fare di quei ragionamenti assurdi che trovano la loro spiegazione solo ed esclusivamente in ragionamenti del cuore, in quei ragionamenti che sanno d'impossibile, ma che fai e magari speri che siano veri. Guardai il medico uscire. Gli chiesi senza parlare: “E’ ancora vivo, vero?”. Mi guardò, non disse nulla, sentii la sua mano sul mio viso, la sua carezza parlò per lui. Non piansi, non piansi nemmeno quando se lo portarono via. Allora capii che il dolore immenso può lasciare anche senza lacrime. Mi lasciai prendere dai ricordi ed eccola qui la casa del nonno. Una porta aperta a tutti dava su una stanza, al centro un tavolo, sulla sinistra un fornello, sulla destra il bagno, proseguendo sulla sinistra una camera da letto, il mio regno delle favole. Un comò piccolo ma alto aveva su in cima due grandi campane di vetro che racchiudevano due Santi, uno dei quali certamente sant'Antonio. Avevano abiti coloratissimi e sguardi sofferti, comune denominatore della santità, almeno così ho capito in seguito, perchè quello stesso sguardo l'ho ravvisato sulle immaginette dei Santi che davano ogni domenica in chiesa. Al centro un grande letto di ottone massiccio. Sulla destra il mobile delle meraviglie. Aveva forma ondeggiante, si apriva e mille luci sfavillanti come piccoli soli venivano fuori su specchi quadrettati, sotto c'erano bottiglie in bella mostra. Sopra era situato il grammofono. Il nonno mi faceva sempre ascoltare ‘Lola’, un charleston. Mi adagiava sul tavolo, con le mani segnava il tempo e io mi esibivo come una provetta ballerina. Nonno Peppe era un omaccione buonissimo dai grandi occhi azzurri. S'imponeva per la sua mole e per gli ordini che impartiva sempre in modo perentorio. Aveva sposato la nonna Pasqualina in seconde nozze, non ho di lei particolari ricordi, per me era una figura di second'ordine forse perché lo era per la mamma. Trascorrevo molto tempo in questa casa, adoravo la compagnia del nonno. Mi piaceva quando uscivamo insieme. Nei giorni lavorativi mi portava quasi sempre a comprare la ciambella con lo zucchero. Ancora oggi, quando entro in qualche bar distinguo il suo profumo dai mille altri dolci. Di domenica e nei giorni di festa si andava a Piazza del Plebiscito, questa meravigliosa grande piazza simbolo di una Napoli che cambia e si rinnova. Ai lati i quattro edifici che la caratterizzano. Lo stupendo Palazzo Reale, la basilica di San Francesco di Paola e i due edifici della Prefettura e del Palazzo Salerno. Questa piazza fino al 1860 fu denominata Largo di Palazzo per la presenza della sede della corte reale. Il suo nome attuale ricorda, invece, il plebiscito con cui il regno delle Due Sicilie acconsentì all'annessione al nascente Stato italiano, nel 1860. Ed è proprio qui in questa piazza che nonno Peppe mi portava, comprava il grano e si divertiva a spargerne una parte sul selciato accanto a me, perché accorressero i colombi. Gli piacevano la mia gioia e le risate, mentre rincorrevo i colombi che si alzavano sbattendo le ali in volo sopra la mia testa. Mi piaceva cavalcare i grandi leoni bronzei situati sui colonnati. Ritornavo a casa sempre in disordine, ma felice. Non avevo più i capelli annodati ed ero sempre madida di sudore per le corse. La piazza la ricordo immensa, sempre piena di gente, di bambini, di venditori di palloncini e di zucchero, di giocattoli. A volte, dopo una sosta in piazza si procedeva per il lungomare. Conservo ancora negli occhi l'azzurro di quel mare splendido nelle belle giornate di primavera e d'estate. Ancora oggi adoro passeggiare per il lungomare, con il suo castello, con i suoi alberghi eleganti, con i suoi chalet scintillanti alla luce e al calore del sole di giorno e luccicanti di luci di notte. Guardo a questa città come un'innamorata che, pur evidenziando nel suo amato difetti e mancanze più o meno gravi, sa di non potere fare a meno di amarlo. Mi piace sotto la pioggia scrosciante e sotto il solleone, mi piacciono i suoi colori, i profumi, le voci, mi piacciono le sue mille contraddizioni, mi piace la sua gente, la sua lingua, la sua musica, la sua cultura, la sua arte. Mi piace perché nulla è scontato, mi piace perché mi diverte e mi fa sorridere. Mi piaceva Lola, il cane nero che non apparteneva al nonno ma a tutti gli inquilini del palazzo e che sopportava da me e non solo da me ogni angheria. Mi piaceva che il nonno trasgredisse la regola che prevedeva per noi ragazzi di sedersi a tavola a turno accanto a lui, io pretendevo quel posto, era troppo importante per me, lui cercava di porre rimedio al suo stesso trasgredire e mi accontentava. “Signora, allora cosa vuole fare? Può andare nel cortile, faccia pure. In verità non credo che troverà ancora qualcuno che conosce, c’è gente nuova”. Così il giovane portiere mi concesse l’accesso alla mia infanzia. Lo ringraziai per la cordialità e mi avviai all’interno del Palazzo. Ricordai le scale che conducevano all’emiciclo. Un cortile circolare, immenso. Stentai a credere che quello fosse il mio luogo, era piccolo, troppo piccolo. Già, ero io cresciuta! Eccolo prendere forma nella mia mente quel cortile circolare. Sul suo perimetro c’erano le abitazioni, i cosiddetti bassi, poi i piani dal primo in su. Era implicita una divisione di classe fra gli inquilini che occupavano i bassi e gli altri piani. Di alcuni di loro come per incanto nella mia mente si profilavano i volti. Qualcuno mi guardava incuriosito mentre procedevo verso ciò che era rimasto della nostra casa. Eccola! Era davanti a me, non riuscivo a sbirciare dentro, era tutto così piccolo e sporco. Era un ripostiglio o cosa? Non riuscivo a capire. Mobili vecchi e rotti ammassati fino all’entrata. Un odore repellente. Tra questa roba vecchia apparve un uomo, perfettamente in sintonia con la sporcizia che lo circondava, mi lanciò uno sguardo tra il distratto e il sorpreso e continuò ad armeggiare con chiodi e martelli. Mi allontanai seguita dai suoi occhi indagatori e mi lasciai assalire dalla commozione e dai ricordi. Com’era povera la nostra casa, ma com’era linda e quanta dignità! Quanto da fare e che forza in quei volti rugosi e vivi che erano il simbolo dell’unità familiare e dell’amore spinto fino al sacrificio di se stessi Quanta vita in quel cortile! Chi rideva, chi piangeva, chi litigava, si svolgevano tutte le tragedie umane ed erano scene da oscar. Ricordo la mamma, giovane e robusta, un viso solare e due belle fossette, la ricordo mentre organizzava le cose da comprare da una vecchia donna che sentivo chiamare Peppinella che entrava in casa portando un grosso cesto sulla testa come una grande equilibrista e un altro cesto in una mano. C’era complicità nelle loro parole e nei loro gesti, si fidavano l’una dell’altra. In seguito ho capito che non si pagava al momento degli acquisti, ma quella donna ci assicurava il necessario e riscuoteva con puntualità perché la mamma era attenta e parsimoniosa. Di mio padre non ricordo niente di quegli anni ed è come se non ci fosse stato. Non c’è un gesto, una sua parola, un angolo di quell’unica stanza che era la nostra casa, che me lo ricordi. Il suo esistere per me inizia con il trasferimento nella casa di periferia. Di nonno Andrea ho il volto stampato nella memoria, un volto sofferto ma indicibilmente buono. Mia sorella Mena, ancora oggi nel parlare di lui, me lo descrive come una persona delicata e dolce, aveva gli studi elementari ed era profondamente rispettoso delle persone. Morì che io avevo tre anni; in quell’occasione noi ragazzi fummo mandati a dormire a casa di conoscenti perché l’unica stanza ospitava le spoglie del nonno. Nonna Nunzia, sua moglie era analfabeta e aveva un carattere autoritario che sembrava fare a pugni con la sua spiccata sensibilità. Ho molto amato nonna, anche se i ricordi legati alla sua figura non appartengono al Palazzo ma al periodo in cui è vissuta con noi nella villetta. In quell’unica stanza vedevo le figure muoversi indaffarate, oggi nel rivedere le dimensioni di quella stanza mi chiedo perché mai tanto da fare. La spiegazione mi viene dal fatto che bisognava accendere il fuoco con il carbone, lavare i panni a mano, provare a cucinare con quel poco che c’era, lavare tutti noi, preparare le mie sorelle e mio fratello per la scuola. Tante cose da fare e pochi mezzi. Il cortile era la mia vita, mi piaceva sentire i venditori ambulanti dare la voce, il cantante che con l’organetto intonava le melodie napoletane e attendeva fiducioso qualche lira nel piattino. Non ricordo il Natale nel cortile ma la Pasqua si. Soprattutto ricordo le funzioni dei devoti della Madonna dell’Arco i Fuienti. Al loro arrivo il cortile si animava, i grandi li accoglievano in religioso silenzio, i ragazzi ballavano al ritmo della loro musica. Mi piaceva sedere accanto alla nonna, su una sediolina di paglia e appoggiata sulle sue gambe guardavo la funzione. Erano perfetti nelle loro divise bianche con la fascia tricolore, i piedi nudi a volte sanguinanti per il troppo camminare. Un ordine secco l’invitava a stendersi a terra, dritti, con il viso poggiato sul braccio. I piedi ondeggiavano con una sincronia perfetta. Restavano così, poi si rimettevano in piedi e la funzione continuava, la musica mi piaceva e in qualche modo ero tentata di seguire gli altri ragazzi che si dimenavano ridendo a crepapelle. Restavo invece lì, in religioso silenzio, rispettosa della nonna che seguiva la funzione con gli occhi velati di lacrime e pregando. Dove fossero e che cosa facessero le mie sorelle e il mio unico fratello proprio non ricordo. La loro presenza è confusa. Mi è vicino il ricordo delle persone adulte, forse perché erano loro a prendersi cura di me. Quei fiocchi enormi che la zia Giuseppina, moglie dello zio Gennaro, fratello di mio padre, annodava nei miei capelli con tanta cura e amore, quel buon odore di borotalco che sentivo sulla mia pelle dopo il bagno nella tinozza dove venivo strigliata ben bene. Quei vestiti sempre lindi, probabilmente frutto delle mani sapienti di mia madre, una splendida sarta che creava autentici capolavori da pezzi di stoffa insignificanti o da un abito rivoltato e recuperato per me che ero la più piccola. Non ricordo periodo in cui la zia Giuseppina non fosse stata con noi. Era una donna affettuosa con tutti. Quando ci trasferimmo, lei restò a Napoli con la nonna. Poi con il tempo venne ad abitare anche lei a Ponticelli. Andrea era il suo unico figlio avuto all’età di quarant’anni, per me era il fratello più piccolo; infatti si giocava molto insieme. La vita della zia non era stata facile, come lei stessa ci raccontava, era stata in collegio dopo la morte di sua madre. Suo padre non doveva essere un granchè, se non ricordo male si ubriacava, si era risposato e praticamente non si era affatto curato di lei. Lei era cresciuta portandosi dentro uno smisurato bisogno di affetto, ma era anche capace di darne tanto. Oggi, quando ripenso a lei, la vedo come uno di quei personaggi dei libri di Marquez. Quelli a cui il destino ha tramato le fila dell’esistenza a cui non puoi e forse non vuoi ribellarti. |