Patrizia Belleri

Marta

Patrizia Belleri, 22 luglio 2008

Marta ha settant’anni. E' una bella signora, alta, bionda, porta i capelli lunghi raccolti in una coda. Mi colpisce il bel seno imponente che risalta sul fisico magro e slanciato. La prima seduta è penosa. Soffre di attacchi di ansia violenti, non le è stato facile decidere di vedere una psicoterapeuta, né le è stato possibile venire da sola a trovarmi.

L’accompagna il marito. Una volta entrati, lui tenta di andarsene, ma lei è agitata e non glielo permette. Rimane defilato, aiutandola ogni tanto a ricordare qualche particolare, con discrezione. Hanno avuto una vita serena, un buon lavoro, un’attività commerciale che entrambi hanno contribuito a portare avanti. Ora godono i frutti dei loro sacrifici, così mi dicono.

Dopo qualche esitazione mi svelano il loro segreto, è difficile parlarne, forse non lo avrebbero fatto se io, nel redigere l’anamnesi, non avessi chiesto notizie di eventuali gravidanze. Il loro unico figlio, ormai trentenne, è stato adottato, con una procedura non proprio legale. Lui non lo sa e non deve saperlo. Ma anche questo segreto, ben custodito, non genera più ansia né timore che qualcuno che sa possa parlare con il giovane. E' passato tanto tempo, ormai c'è equilibrio.

Facciamo un bel lavoro Marta e io. In poche settimane riprende a guidare l'auto, viene al mio studio da sola, a poco a poco toglie al marito il ruolo di infermiere-carceriere che ella stessa gli aveva attribuito. Impara il Training Autogeno e, con meraviglia di tutti, abbandona le benzodiazepine, le sue ‘goccine’, che sotto nomi diversi, assumeva da decenni. Si meraviglia anche il suo medico, che da anni gliele prescriveva. Con immodestia, lo considero un mio successo e ne vado fiera.

Arriva il momento di diradare gli incontri. Si tratta di una fase importantissima e delicata. La terapeuta deve dire: "Vai avanti da sola, se ti trattenessi, assumerei lo stesso ruolo, la stessa valenza insana delle tue goccine". Nella fase del distacco, un giorno viene all'appuntamento, si siede ed esordisce: "Possiamo darci del tu?". Da quel momento si trasforma in un fiume in piena, mi rivela la sua vita, la sua vita ‘altra’, io l'ascolto in silenzio.

Mi dice di non amare suo marito, di non averlo mai amato. Ha subìto le sue richieste sessuali fino a quando è stato chiaro che non avrebbero avuto figli, poi venne la decisione di adottarne uno e fu la fine di ogni approccio. Lui accettò con rassegnazione e l’argomento non venne mai affrontato. Ha sempre amato un altro, Marta. Era un ragazzo più grande di lei, che frequentava le sue sorelle. Lei lo amava da lontano, con il candore e l'ingenuità della tredicenne che era quando lo incontrò. Durante l'adolescenza, gravitò intorno alla vita di lui, senza entrarci mai. Si faceva raccontare dalle sorelle i suoi progetti, i suoi amori. A causa di questi soffriva in silenzio.

Poi venne per lei il momento di sbocciare e doveva essere una ragazza niente male, a giudicare da come è arrivata ai suoi settant'anni. Lui la ‘vide’ finalmente a vent’anni; lei ne aveva quindici. Si accorse di lei alla vigilia della partenza per il Sudamerica. Sì, perché nel frattempo aveva trovato lavoro laggiù e aveva deciso di stabilirvisi. Uscirono insieme una volta sola, di pomeriggio e passeggiarono e... si baciarono. Per lei fu il primo bacio, e lo ebbe proprio dal suo grande amore, che stava partendo per non tornare.

Trascorsero gli anni e le notizie arrivavano di tanto in tanto, con mesi, forse anni di ritardo: lui si era sposato, aveva avuto figli, fatto fortuna. Lei sposò quel brav'uomo del marito e la sua vita scorse su due binari. Da un lato, la monotona tranquillità, apparentemente serena, senza scosse, e dall'altro il sogno, il segreto che non svelò mai, se non a me. La quindicenne sopravvisse in lei, ma solo sul piano affettivo, mentre, per gli altri aspetti della personalità, evolveva la donna adattata e matura, la commerciante dal piglio deciso.

Sarebbe andata per sempre così, ma la psicoterapia, liberandola dall'ansia che la teneva prigioniera, ebbe uno sviluppo imprevisto. Marta acquistò coraggio e decise che non sarebbe stato giusto concludere la vita senza far sapere al suo amore che lo aveva amato e aspettato sempre.

Di nascosto dal marito, si procurò il numero del telefono e una mattina gli telefonò. Il racconto della telefonata fu tenero e anche un po’ comico. Non si parlavano da ‘quel giorno’ di 50 anni prima. Lei gli disse tutto, proprio tutto. Che lo aveva sempre amato, che lo amava ancora e che avrebbe voluto rivederlo. Lui fu a dir poco sconcertato, ma poi le annunciò che l'estate successiva sarebbe venuto in Italia in vacanza e le promise che si sarebbero incontrati.

Marta rifiorì, visse per quell'appuntamento. Ringiovanì, comprò nuovi abiti, diventò davvero più bella e io... mi presi il merito, indegnamente. Che altro avrei potuto fare? Il marito, poveretto, continuava ad affermare che l'incontro con me gli aveva regalato una moglie nuova.

Un giorno, pochi mesi dopo la telefonata, Marta incontrò un’amica d’infanzia. Chiacchierando del più e del meno, l’amica disse: "Hai saputo di X? Era emigrato in Sudamerica, te lo ricordi? Beh, è morto d'infarto, poveretto, proprio l'estate prossima sarebbe dovuto venire a Roma".

Per questo grande amore Marta ha vissuto a metà la sua vita vera e, negli anni del declino, sfidando ancora una volta ogni logica (ma qual è la logica giusta?), ha elaborato il lutto di un amore mai vissuto.

I fatti che ho narrato sono avvenuti all’incirca dieci anni fa. Oggi Marta è da poco vedova e vive il suo lutto con composta serenità. Fa la nonna, va in chiesa, frequenta le amiche. Il lutto vero è ormai lontano. Ogni tanto, ci incontriamo al supermercato. Mi abbraccia e mi dice sempre ‘grazie’. Afferma che solo noi due sappiamo perché.