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| Comunicazione | |
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Al termine della esposizione sull’argomento "Pubblica informazione istituzionale", dopo un breve intervallo, iniziò il periodo di domande e risposte. Prese la parola il funzionario più anziano e, rivolgendosi al conferenziere, chiese: "Come mai, secondo lei, i giornalisti ce l’hanno tanto con noi?"
A giudizio di chi non è abituato ad avere contatti con la stampa, la domanda può sembrare estremamente pertinente: il giornalista che si rivolge a chi ha un incarico nell’ambito delle Istituzioni, infatti, viene di norma considerato un ficcanaso che desidera sapere cose che non lo riguardano. Non solo, ma per ottenere le informazioni che gli servono, rivolge domande pressanti e indagatrici quasi come se fosse delegato di un Magistrato inquirente. Peggio ancora, talvolta viene considerato uno strumento del quale avvalersi per fare propaganda a se stesso e alla propria organizzazione. Questi atteggiamenti sono errati e l’errore è alla base, all’impostazione del problema. Per rendere più chiara quest’ultima affermazione, immaginiamo due Enti istituzionali (è indifferente che siano civili o militari) che hanno atteggiamenti e politiche di pubblica informazione opposti nei confronti della stampa: il primo, atteggiamento chiuso e politica passiva; il secondo, atteggiamento aperto e politica attiva. Il primo emette, forse, un comunicato stampa solo quando cambia il Capo e in quella occasione pretende che tutti i giornali, radio e televisioni riproducano il comunicato senza cambiare una virgola. Tranne questa sporadica occasione, non ricerca contatti con la stampa, non organizza conferenze stampa e non prende iniziative. Il Capo e i suoi dipendenti non sono abituati a rilasciare interviste e non sono allenati al contraddittorio. Gli avvenimenti interni della organizzazione vengono, inoltre, considerati questioni riservate che non vanno divulgate a chi non è "addetto ai lavori". Questo Ente vive nell’ombra fino a quando, all’interno di esso, accade un fatto di una certa gravità che, in qualche modo trapela all’esterno. Stimolati dall’interesse che il fatto ha destato nell’opinione pubblica, i mezzi di comunicazione devono occuparsi dell’argomento. I giornalisti, che ricevono dai capi redattori l’incarico di fare il "pezzo", cercano di contattare l’Ente, ma non ricevono risposte; se ne ricevono, sono vaghe e non esaurienti. Non viene organizzata una conferenza stampa e il Capo non si dà disponibile per un’intervista. A fronte di questa chiusura, il giornalista, che comunque deve scrivere quattromila battute per il quotidiano o montare un pezzo di due minuti per la radio o per la televisione, cerca altre fonti. Riesce a parlare, così, con un appartenente alla organizzazione che non vuole far rivelare il proprio nome e dalle cui parole trapela una frustrazione di fondo che fa nascere sospetti nel suo interlocutore. Questi rivolge domande anche alla gente della strada che, non avendo mai avuto informazioni dall’Ente, ha creato dei "si dice" mitologici e destituiti di fondamento reale ma che eccitano la fantasia del giornalista, nella mente del quale prende forma il sospetto che gli si voglia nascondere qualcosa. Il sospetto si diffonde, malamente smentito da un comunicato che invocando l’articolo 8 della legge sulla stampa chiede rettifiche, e nasce così - ineluttabile - una campagna di stampa denigratoria nei confronti dell’Ente che non comunica e che viene considerato dall’opinione pubblica come responsabile di chissà quali nefandezze. Pressato dai suoi superiori, il Capo decide finalmente di rilasciare un’intervista ma, non essendoci abituato e non avendola preparata, cade in alcune contraddizioni; il giornalista glielo fa notare e lui s’innervosisce, convertendo in litigioso battibecco quello che doveva essere solo un trasferimento di informazioni. Risultato dell’intervista: un disastro. Dopo questo episodio, è evidente che si consolidi sempre di più negli appartenenti all’Ente l’idea che i giornalisti inventano fandonie pur di parlare male di loro. Il tutto procura un danno incalcolabile nella considerazione che l’opinione pubblica ha delle Istituzioni. Il secondo Ente, invece, è abituato a comunicare di frequente e con lealtà con la stampa; organizza periodiche conferenze stampa e il Capo è sempre disponibile a interviste. Da parte dell’ufficio stampa vengono preparate risposte a possibili domande che potrebbero porre i giornalisti che, con l’approvazione del Capo, vengono trasmesse ai personaggi chiave: capo del personale, capo delle operazioni, capo della logistica e altri. Questi hanno da parte loro la serenità di poter rispondere ai giornalisti che rivolgono loro domande nella loro sfera di competenza e si sentono tutelati dalla organizzazione. In virtù dei frequenti rapporti con la stampa, sia il Capo sia i suoi collaboratori sono abituati a concedere interviste e sono abituati anche al contraddittorio. All’accadere dell’Evento, l’Addetto stampa, insieme con il Capo, prepara risposte a tutte le domande che potrebbero essere poste sul caso specifico. Dirama subito un comunicato stampa e convoca una conferenza stampa con la presenza del Capo ed eventualmente di qualche elemento chiave con competenza in settori che interessano il caso. Il Capo stesso offre la propria disponibilità a interviste che conduce brillantemente, anche trovandosi di fronte a un contraddittorio, perché preparato e abituato. I giornalisti hanno così subito la versione ufficiale dei fatti e la riportano nei loro articoli. Nonostante il dovere di cronaca imponga loro di riportare anche eventuali altre versioni dell’avvenimento, tuttavia, considerata l’apertura dell’Ente nei loro confronti, hanno istintivamente un certo riguardo per la versione ufficiale. Soddisfatta delle spiegazioni dell’Ente e del modo in cui sono riportate dalla stampa, l’opinione pubblica non preme più e i giornalisti non cercano più contatti. Il caso si esaurisce in poco tempo e l’immagine delle Istituzioni ne trae beneficio. A questo punto, però, è bene chiarire che non ci sarebbe nemmeno bisogno di discutere su questi argomenti se fosse ben chiaro a tutti i funzionari con incarichi nelle Istituzioni un punto: la pubblica informazione è un dovere da compiere nei confronti del cittadino che paga le tasse; questi, in qualità di contribuente, ha il diritto di sapere come vengono spesi i propri soldi. Ritornando al primo Ente, rimane la convinzione nei suoi funzionari che i giornalisti siano dei nemici; per contro, quelli del secondo si convincono che sono amici. Ma, dal momento che le due affermazioni si negano a vicenda, è evidente che non esistono né giornalisti nemici né giornalisti amici: è solo la professionalità di chi viene ad avere rapporti con loro che innesca una reazione, la quale condiziona il risultato finale. Anzi, se l’espressione "nemico" usata nei confronti di un giornalista è inesatta, e lo abbiamo appena dimostrato, dire di lui "amico" può perfino risultare offensivo, in quanto presuppone un’alleanza tra due parti che fa solo danno alla sua professionalità, all’immagine delle Istituzioni e alla informazione che giunge all’utente finale: il contribuente. Perciò, è bene che ciascuno di noi si convinca che il giornalista va considerato prima di tutto un professionista che ha una sola esigenza: ricevere da un altro professionista le informazioni che gli consentano di svolgere la propria attività nelle maniera migliore. Se poi diventa anche amico, tanto meglio, ma solo per andare a cena fuori, non per lavoro. Giovanni Bernardi |