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| La bandiera di Oliosi | |
Non posso fare a meno di scrivere questo capitolo in prima persona, anche se so che è un privilegio che nel campo giornalistico viene concesso raramente solo ai grandi. Ma il modo in cui mi sono lasciato coinvolgere in questa "avventura" e il modo in cui ho sentito l'importanza di questo compito che potremmo chiamare medianico non possono essere adeguatamente descritti se non ricorrendo alla prima persona. Chiedo quindi scusa al lettore per questo modo di esprimermi che può sembrare desiderio di protagonismo, ma - lo rassicuro - è solo il miglior modo che sono riuscito a trovare per dire di quanto è avvenuto. Una cronaca degli avvenimenti in prima persona, insomma. Anna Mingarelli mi chiamò al telefono per annunciarmi che, come ogni anno, a Castelnuovo e a Oliosi si sarebbe tenuta la commemorazione di quello che viene ormai chiamato da tutti Episodio della bandiera. Mi spiegò in cosa consisteva l'avvenimento e a cosa si riferiva. Aggiunse che, in occasione della commemorazione del 2001, la Pro Loco di Castelnuovo avrebbe fatto arrivare anche la bandiera. Mi stavo e le stavo per chiedere a cosa fosse dovuta tutta quella abbondanza di dettagli per un fatto che nei discorsi del nostro gruppo di amici non era mai entrato quando infine si spiegò: "Desidero che tu collabori con noi nella stesura di un opuscolo commemorativo e, siccome sei un militare, anche nell'accertarti che la strada intrapresa da noi per cercare di avere la bandiera sia quella giusta". E' inutile dire che mi sentii onorato da quella richiesta e mi sarebbe bastato per confermarle la mia collaborazione, ma lei proseguì specificando: "Il Sindaco di Castelnuovo desidera che l'opuscolo sia indirizzato soprattutto ai giovani, agli studenti, in modo che non si perda il ricordo di quell'avvenimento". Per quanto riguardava la bandiera soggiunse: "Non siamo mai riusciti ad averla e nemmeno a vederla, ma forse ora l'abbiamo trovata e, se non ci sono problemi, contiamo di averla qui tra noi in occasione della cerimonia del 24 giugno prossimo". Mi venne in mente il giorno in cui - era il mese di marzo del 1969 - inquadrato con altri trecento allievi del 150° Corso dell'Accademia militare, nel cortile d'onore del Palazzo ducale di Modena, al cospetto della bandiera, dopo le solenni parole del comandante di reggimento: "Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere a tutti i doveri del mio stato al solo scopo del bene della Patria. Lo giurate voi?" sollevando tutti il braccio destro, gridammo all'unisono: "Lo giuro!" Un brivido percorse allora le nostre schiene e quelle dei nostri genitori, fratelli, sorelle, fidanzate che assistevano dal palco e dal loggiato alla cerimonia quando la banda intonò le note dell'Inno nazionale. Il drappo non era lo stesso di quello del 44° fanteria, ma l'ideale si. Mi misi al lavoro. Interpellai Paola Lonardi, presidentessa della Pro Loco di Castelnuovo, la quale mi mise al corrente dei precedenti: "In occasione della commemorazione dell'episodio della bandiera, l'associazione combattenti e reduci fa dire una messa, seguita da un discorso alla presenza di varie autorità vicino alla casa. In occasione del centenario fu organizzata una manifestazione con le associazioni a livello nazionale e fu fatta venire una bandiera depositata a Torino, ma non siamo sicuri che fosse quella originale. La bandiera arrivò in treno e fu prelevata alla stazione di Verona dalle associazioni d'arma e dalla amministrazione comunale. La cerimonia del 131° anniversario fu fatta nel 1997 e vi partecipò il vice console austriaco." Mostrandomi le fotografie del '97 aggiunse: "Prima di questa cerimonia si faceva solo una commemorazione, poi a qualcuno è venuto in testa di andare a cercare la bandiera. Alcuni abitanti di Oliosi si rivolsero a me e mi chiesero se si poteva scoprire dove fosse. Le notizie erano scarse perché alcuni dicevano che era a Torino, altri sostenevano che era a Roma. Il 19 febbraio 2000 iniziai la ricerca presso l'Istituto per la storia del Risorgimento italiano. La risposta fu negativa. Presi contatto, allora, con il museo del Risorgimento a Torino e anche lì la risposta fu negativa. Questi però mi suggerirono di contattare la direzione dei civici musei di Brescia." Il racconto della Lonardi si faceva avvincente come un romanzo di avventura: "Qui fui un po' depistata perché la dottoressa Stradiotti mi disse che ricordava l'evento e che la bandiera era proprio lì. Per cui ci adagiammo un po', convinti che la bandiera si trovasse a Brescia. Dopo alcuni mesi la dottoressa mi telefonò dicendomi che purtroppo si erano confusi con un'altra. Probabilmente era perché io continuavo a dare degli indizi sbagliati. Gli abitanti di Oliosi infatti sostenevano che la bandiera era stata divisa in quaranta pezzi e un pezzo era mancante. Io ripetevo sempre la stessa storia e risultavano bandiere divise in minor pezzi ma non in quaranta. La Stradiotti allora mi chiese d'inviare alcuni fascicoli e alcune documentazioni. Io le spedii le tavole del Cenni. La dottoressa infine affermò che secondo lei si trovava a Roma, o al sacrario o al museo della fanteria." Conosco il sacrario, il luogo dove sono custodite tutte le bandiere di guerra dei reggimenti italiani. E' posto nelle viscere dell'altare della Patria, costruito a piazza Venezia, per onorare i resti del Milite Ignoto. Sembrava che il racconto della Lonardi si avviasse all'epilogo: "Telefonai al sacrario ma mi dissero che non si trovava lì. In compenso mi suggerirono di rivolgermi al museo della fanteria. Quando telefonai al museo, questi erano stati già contattati dal responsabile del sacrario e mi potettero confermare che la bandiera la custodivano loro. Sei mesi di lavoro, circa. Erano i primi di giugno del 2000." M'illuminarono le parole di Gabriele Gambini, anch'egli presente all'incontro, che disse: "Il primo sasso probabilmente è stato gettato da qualcuno anche qualche anno fa, ma ha trovato rispondenza solo di recente. Gli abitanti di Oliosi si sono sempre accontentati di passarsi di bocca in bocca la leggenda di questa bandiera. Secondo me, di fronte alla storia i giovani riprenderanno coscienza. Ai giovani delle leggende non gliene importa più niente, ma di fronte al fatto storico sicuramente avranno un riscontro. I giovani hanno bisogno che qualcuno racconti loro i fatti con un certo rigore storico. E con dei fondi di verità, perché i giovani non li incanti più con delle bugie, con delle frottole." Proferite in modo semplice ma efficace, le parole di Gambini erano una grande verità: solo il rigore della ricerca storica dà agli avvenimenti il loro giusto valore, il resto è solo fantasia che lascia il tempo che trova. Mi fece anche tanto piacere che l'enfasi delle sue parole fosse indirizzata soprattutto all'interesse che i giovani devono mostrare verso gli avvenimenti storici. Quando i fatti sono trasferiti ai giovani nella maniera dovuta, questi ne garantiscono l'immortalità. Decisi quindi di contattare al più presto sia il museo della fanteria, sia l'ufficio storico dello stato maggiore dell'Esercito, dove avrei senz'altro trovato traccia dell'avvenimento. Appena un po' di burocrazia per trovare riscontro di un fax che la Lonardi aveva inviato all'ufficio affari generali dello stato maggiore dell'Esercito mi condusse a contattare anche l'ispettorato delle armi e la Scuola di fanteria di Cesano. Ma la via era facile e in poco tempo mi giunse l'invito della Scuola di Cesano a prendere contatti diretti con il direttore del museo della fanteria. "Non abbiamo problemi a consegnare la bandiera al comune di Castelnuovo - mi disse cordialmente al telefono il tenente colonnello Frizzini - però occorre sapere che è custodita in una teca orizzontale lunga tre metri e mezzo e che quindi occorre prevedere un mezzo adeguato al trasporto". Anche all'ufficio storico furono gentilissimi: "Normalmente occorre prenotarsi per avere accesso alla consultazione di testi che conserviamo, perché non abbiamo molto spazio a disposizione - mi disse il dott. Giunfrida - ma lei è ufficiale dell'Esercito, venga pure quando crede". Il 14 febbraio ero a Roma all'ufficio storico, in via Lepanto. Mi fu consegnato il repertorio d'archivio della battaglia di Custoza, un volume nel quale sono elencati tutti i documenti conservati, e già lì cominciò la mia prima emozione che si completò quando ebbi tra le mani i documenti storici veri e propri. Non so se qualcuno è in grado di trovare parole per descrivere il sentimento che pervade l'animo di chi ha in mano, per la consultazione, documenti antichi sui quali è stata scritta la storia. Io no, non ne sono capace. Sono mortificato per questo e chiedo scusa a chi mi legge, ma giuro che l'emozione è indicibile. Avevo in mano e sfogliavo documenti che erano stati dettati e scritti sul campo di battaglia, appena dopo gli avvenimenti dei quali cercavo traccia, mentre le zolle di terra erano ancora calde del sangue versato e alcuni soldati raccoglievano le spoglie (amico o nemico, non importava più) di quanti avevano sacrificato la loro giovane vita. Con attenzione, fotocopiai e trascrissi: la lettera di trasmissione del testo integrale della dichiarazione di guerra fatta pervenire da Lamarmora all'arciduca Alberto (21 giugno); il foglio d'ordine del comandante della 1^ divisione (23 giugno); la situazione numerica del personale effettivo e disponibile del 43° e 44° reggimento (23 giugno); l'ordine di movimento del comandante della 1^ divisione al comandante della brigata Forlì (24 giugno); il diario degli avvenimenti del comandante della brigata Forlì (24 giugno). A questi documenti, si aggiunse una copia della storia sintetica del 44° reggimento, trascrizione fatta di recente dall'ufficio storico. Trovai anche, nella raccolta di cartoline storiche reggimentali, una del 44° reggimento che riportava la scena della lacerazione del drappo tricolore, così come immaginato, o raccontato da chi ne fu testimone, nella sala al primo piano della casa dove i soldati si erano rifugiati. Il giorno dopo, 15 febbraio, andai alla biblioteca dell'ufficio storico, che si trova in via Etruria, vicino piazza Re di Roma. Lì, con l'aiuto impagabile del tenente colonnello Antonino Di Gangi, entrai in possesso della riproduzione di un disegno a colori di un fante del 44° reggimento, stralcio del libro Campagna del 1866 in Italia redatto dalla sezione storica del corpo di stato maggiore dell'Esercito, due lettere che trattano il motivo del motto attribuito al reggimento, stralcio de La cessione del Veneto ricordi del generale Thaon di Revel nel quale si narra la storia della bandiera del reggimento. Dal colonnello Di Gangi ebbi anche la promessa che mi avrebbe fatto pervenire le diapositive delle tavole di Quinto Cenni che trattano tutta la battaglia di Custoza. Il 16 febbraio ero al museo della fanteria, in piazza Santa Croce in Gerusalemme. Scherzai con il tenente colonnello Frizzini, il direttore, perché il suo portamento, la figura e i baffoni ottocenteschi me lo facevano immaginare più a suo agio in uniforme storica: "Museo storico, direttore storico! Che ne dici?" Sorridendo, mi riportò al motivo per il quale ero lì e ci avviammo verso la bandiera. E' custodita nella sala 33 al secondo piano, in una teca orizzontale larga tre metri, alta trenta e profonda trenta centimetri, sostenuta da quattro piedi. Il coperchio della teca è sollevato in modo da consentire al visitatore di vederla, ma è protetta contro la polvere da tre lastre di vetro affiancate e lunga ciascuna un metro. Il muro al quale è addossata è dedicato al 44° reggimento fanteria e ospita anche alcuni quadretti con drappelle. Con un rispetto quasi religioso, Frizzini e io ci avvicinammo alla teca e c'inchinammo, quasi inginocchiandoci. Sollevammo le lastre di vetro che proteggono la bandiera e, dopo averle addossate al muro con cura per evitare che si rompessero, restammo in silenzio per un po'. Poi allungai le mani verso la reliquia e presi tra i polpastrelli dei pollici e degli indici la parte rossa del drappo. Mi aspettavo che la bandiera si distendesse, invece solo il rosso seguì il movimento delle mie mani. Il resto della bandiera rimase a riposare disteso. Non ebbi né il coraggio né la forza di insistere: lo lasciai riposare. "Bandiera rotta onor di capitano" si dice. Altroché rotta! Non desidero ripetermi parlando di sentimenti: rischierei di essere pedante, ma Frizzini e io restammo, senza motivo apparente, ancora un po' in silenzio. Il vociare di una scolaresca in visita al museo ci riportò nel secolo ventunesimo. Fu così che i pezzi in cui fu lacerata la bandiera non li contai. Le pagine che seguono sono il risultato della ricerca storica da me compiuta su testi che, in considerazione dell'autorevolezza degli autori, possono essere considerati, senza ombra di dubbio, delle fonti. Peraltro, si tenga presente che sono gli anni di studio e di ricerca che perfezionano la tecnica e le capacità di uno studioso. E questo non sono io. |