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| La bandiera di Oliosi | |
Dopo la costituzione del Regno d’Italia, sono ancora due gli obiettivi da raggiungere per arrivare alla unità d’Italia: Roma e il Veneto. La questione di Roma, però, non può essere risolta, almeno temporaneamente, a causa della ferma opposizione di Napoleone III che, per questioni di politica interna, non può acconsentire alla fine del potere temporale dei Papi. Per quanto riguarda invece il Veneto, due sono le vie che si prospettano: quella pacifica e la guerra. La prima, che consiste semplicemente nel chiedere la cessione del Veneto all’Austria in cambio di un compenso in denaro, viene scartata dal Governo per l’intervento dell’ambasciatore italiano a Parigi che la sconsiglia. La seconda, considerato che l’Italia da sola non sarebbe in grado di muovere guerra all’Austria, impone un’alleanza. L’occasione si prospetta con la Prussia. Questa, guidata dal cancelliere Bismark e con obiettivi espansionistici ai danni dell’Austria, dopo serrati contatti diplomatici, firma l’8 aprile a Berlino con l’Italia un trattato offensivo e difensivo che prevede quattro condizioni: la guerra deve essere condotta con ogni energia e nessuna delle due potenze alleate può concludere un armistizio o una pace senza il consenso dell’altra; tale consenso non può essere rifiutato se l’Austria cede all’Italia il Veneto e alla Prussia territori equivalenti; il trattato deve considerarsi senza efficacia se la Prussia non dichiara guerra all’Austria entro tre mesi dalla firma; l’Italia s’impegna a inviare la sua flotta in aiuto a quella prussiana nel caso in cui l’Austria invii navi da guerra nel Baltico. Come si può notare, il trattato non è reciproco in quanto impegna l’Italia a entrare in guerra nel caso in cui la Prussia la dichiari ma non il contrario. Né prevede l’intervento di quest’ultima se è l’Austria a prendere l’iniziativa contro l’Italia. I provvedimenti militari minacciosi dell’Austria nei confronti dell’Italia, presi per scongiurare la firma del patto, convincono il Presidente del Consiglio Lamarmora a mobilitare l’esercito. Gli avvenimenti così precipitano. Il 5 maggio l’Austria comprende il pericolo e offre la cessione del Veneto all’Italia, ma questa rifiuta l’offerta per rispettare il trattato con la Prussia. Quest’ultima il 16 giugno inizia le operazioni militari. Il 20 giugno anche l’Italia dichiara la guerra. L’Esercito italiano, che a seguito della legge che ha proclamato nel 1861 Vittorio Emanuele Re d’Italia ha assunto la denominazione di Regio Esercito Italiano, ha dovuto subire una serie di trasformazioni dovute alle annessioni successiva di territori. E’ passato quindi da una forza di mobilitazione di 127.000 uomini, a 310.000 uomini, 43.000 cavalli e 536 cannoni nel 1864. Il problema più grande nel 1866 è quindi quello della rapida crescita della forza armata e, più che della truppa, della coesione e amalgama dei quadri ufficiali. Per quanto riguarda il morale, invece, si può serenamente dire che non vi siano problemi in quanto le vittorie negli anni precedenti hanno animato tutti i combattenti di un elevato senso patriottico. Nel giugno del 1866 l’esercito operativo risulta costituito da 220.000 soldati. Su cento, 82 di questi sono di leva delle classi ‘60/’65, 6 provengono dall’esercito sardo, 5 da quello austriaco, 2 dall’esercito della Lega e 5 da quello borbonico. Dei quasi 16.000 ufficiali, la metà proviene dalle antiche provincie del Regno sardo, duemila dalla Lombardia, duemila dalle provincie napoletane, mille dalla Toscana, mille dalle provincie venete e romane e duemila da altre provincie. Il settantacinque per cento di questi ha già una esperienza di guerra. Per quanto riguarda la provenienza culturale, il quarantatré per cento di questi proviene dalle scuole militari, il cinquanta per cento dai sottufficiali e il sette per cento sono stati reclutati in modo un po’ improvvisato dalle regioni annesse negli anni ‘59/’60. Pur soffrendo di problemi di giovinezza, crescita e amalgama, non si può dire che l’Esercito italiano non sia preparato alla guerra. L’addestramento è buono, la fanteria è dotata di fucili ad anime rigata, l’artiglieria dispone di nuovi cannoni rigati da campagna. Nella situazione presentata al Re prima della campagna. il ministro della guerra, generale Pettinengo si esprime in questi termini: "…ricercando fra i vari eserciti europei, non vi è che l’esercito francese che possa, per qualità tecniche degli uomini, dirsi uguale o superiore a quello italiano". L’ordinamento dell’esercito è su corpi d’armata. Ognuno su quattro divisioni. Ogni divisione su due brigate costituite da due reggimenti, ognuno di circa 800 uomini. All’inizio delle operazioni l’esercito si presenta con il Re nella sua carica istituzionale di Comandante in capo e il generale Lamarmora come Capo di stato maggiore. Schierati sul Mincio, e a disposizione di Lamarmora sono tre corpi d'armata e una divisione di cavalleria di linea tenuta in riserva, forti complessivamente di 216 battaglioni di fanteria, 62 squadroni di cavalleria e 47 batterie d’artiglieria, per un totale di 102.000 uomini, 7.000 cavalli e 282 pezzi d’artiglieria. Il quarto corpo d’armata, schierato sul Po e comandato dal generale Cialdini, conta 8 divisioni e una riserva di artiglieria, per un totale di 144 battaglioni di fanteria, 30 squadroni di cavalleria e 37 batterie d’artiglieria. Nel complesso, sono alle sue dipendenze: 64.000 uomini, 3.500 cavalli e 354 pezzi d’artiglieria. Oltre all’esercito regolare, viene costituito un corpo di volontari sotto il comando del generale Garibaldi, per il quale viene inizialmente stabilito un organico di dieci reggimenti, ognuno su due battaglioni. Il 6 giugno è aperto l’arruolamento e il clima di patriottico entusiasmo fa si che in pochi giorni si debba sospendere l’incorporazione in quanto in breve si arriva al numero di 40.000 volontari. Per cui, da due per ogni reggimento, i battaglioni vengono portati a quattro e ogni battaglione viene ordinato su sei compagnie. Non solo, viene anche costituito uno squadrone di guide con cavalieri che montano e si equipaggiano a loro spese. L’entusiasmo è alle stelle. Le personalità di Vittorio Emanuele e di Alfonso Lamarmora sono profondamente diverse e hanno già avuto modo di entrare in collisione, dal punto di vista militare, in occasione della guerra del 1859, quando il Re si è letteralmente messo alla testa degli uomini e ha, con disappunto di Lamarmora, comandato personalmente le operazioni delle unità italiane. Per averne un breve ritratto, facciamo ricorso a quanto scritto da Theodor von Bernhardi, addetto alla delegazione prussiana a Firenze, in una lettera nella quale espone dettagliatamente le proprie vedute al capo di stato maggiore prussiano, generale von Moltke. Gli scritti, riportati in corsivo, si riferiscono a due colloqui che egli ha: il 6 giugno con il generale Lamarmora, il 7 giugno con il Re. L’impressione che nel complesso mi lascia il Lamarmora, dopo un dialogo di due ore, non è punto soddisfacente; mi rimane il penoso dubbio che egli non sia all’altezza del suo compito, anzi ch’egli non sappia rendersi conto della vera essenza del problema che deve risolvere. Il Lamarmora è di sua natura un uomo mediocremente intelligente, è cresciuto nello stretto ambito di uno Stato di terzo grado; ambiente nel quale egli è salito in alto e nel quale il suo spirito si è venuto formando. Costretto a guardare ad un orizzonte più vasto, egli diventa malsicuro. Egli si preoccupa specialmente di quei piccoli disegni che si attuano in uno spazio limitato e null’altro vuole se non l’acquisto della Venezia per l’Italia. Quanto alla presente crisi può derivare per la situazione mondiale lo lascia indifferente. Anzi il pensiero che l’Italia possa avere un interesse ad una ragione di esservi immischiata gli sembrerebbe probabilmente avventuroso; a chi volesse muovere un tale pensiero, gli diverrebbe forse sospetto. La conquista del Veneto egli la considera con questo spirito e con questi sentimenti. Essa non gli sembrerebbe acquistata con una completa vittoria sull’Austria quando perdurassero le guarnigioni austriache qua e là sperdute nelle fortezze dell’alta Italia. Invece essa potrebbe ritenersi completa, anzi rassicurata, qualora egli avesse in tasca la chiave di queste fortezze, anche se l’Austria, altrove invitta, anzi dal canto suo vittoriosa contro la Prussia, rimanesse con una forza né rotta né disordinata. La progettata spedizione di Garibaldi gli ripugna, perché egli teme che Garibaldi lo possa condurre più il là di quanto egli vuole, e che la guerra finisca per uscire fuori da quegli stretti confini nei quali egli la vuol mantenere. Per queste ragioni egli la vedrebbe volentieri naufragare questa spedizione e, se dipendesse da lui, la manderebbe senza dubbio a vuoto. Poiché egli, come molti dei suoi conterranei, considera ancora il Piemonte come il vero Stato ed il resto d’Italia come una semplice appendice, rivolge ogni suo sforzo a condurre la guerra fuori del Piemonte, non come un vero italiano, ma come un Piemontese. Infine il Piemonte è il paese che più gli preme e che in ogni caso deve essere coperto e protetto, e che a nessun patto può essere abbandonato. Sul Piemonte ci si deve essenzialmente basare, e ne segue, come indeclinabile necessità, che qui ci si debba ritirare in caso disgraziato. Questo non fu manifestato chiaramente, perché questo caso disgraziato non fu supposto, né accennato; ma dove potrebbe farsi una ritirata se non appunto indietro, su quella base dove si sono preparati i mezzi per ricostruire un’armata battuta? Si aggiunga a ciò che il Lamarmora dimostra quella ostinatezza che è propria degli uomini di limitata capacità. A proposito del Re, invece, von Bernhardi scrive… Vittorio Emanuele ha un aspetto che impone; su ciò non può esservi diversità di pareri. Pare che abbia energia ed un intelletto fine, pronto e sano. Si arguirebbe ch’egli sa ciò che vuole e che voglia anche ottenere ciò che egli vuole. Sembra, come si suol dire, tagliato tutto d’un pezzo. L’intenzione di Vittorio Emanuele sarebbe quella di assumere il comando delle operazioni in prima persona, come ha già fatto in precedenza a Goito e Pastrengo, ma le norme costituzionali impongono che la condotta effettiva delle operazioni sia affidata al Capo di stato maggiore. Dopo la morte di Manfredo Fanti, i candidati più in vista per tale carica sono i generali Lamarmora, Cialdini e Della Rocca. Pur propendendo il Re per Della Rocca che ha avuto al suo fianco in battaglia, ragioni di opportunità gli consigliano di affidare il comando a Lamarmora. Cialdini assume quello dell’armata del Po e Della Rocca viene posto al comando del terzo corpo d’armata. Ma la decisione, prima di essere presa, è rallentata dalle indecisioni degli stessi Lamarmora e Cialdini. Sta di fatto che ci si presenta alle operazioni senza una chiara pianificazione operativa. Comunque, si stabilisce che lo sforzo principale debba essere fatto dall’armata del Mincio e quello secondario da quella schierata sul Po. Ai volontari di Garibaldi viene affidato il compito di proteggere il fianco sinistro dell’armata del Mincio. E’ la prima volta che avviene la mobilitazione generale dell’esercito e i dati sono più che confortanti, anzi danno proprio la misura di quale sia l’entusiasmo con il quale i cittadini del giovane Regno rispondono a una chiamata che, in fin dei conti, vuole pur sempre dire guerra e quindi rischio di morire. Infatti, i dati ufficiali dello stato maggiore dell’esercito dicono che solo l’1,5 per cento dei mobilitati non si presenta alla chiamata. Un risultato più che soddisfacente, se si considerano anche le difficoltà di comunicazione dell’epoca e il breve tempo a disposizione per la mobilitazione generale. Sotto il comando dell’Arciduca Alberto è l’armata austriaca del sud che comprende tre corpi d’armata e una divisione di fanteria di riserva. Ogni corpo d’armata è su tre brigate (manca quindi il livello divisionale) ed è ordinato su 21 battaglioni di fanteria, uno squadrone di cavalleria e sei batterie. In totale, le forze che si contrappongono al giovane esercito italiano sono costituite da 75 battaglioni di fanteria, 24 squadroni di cavalleria, e 21 batterie d’artiglieria. In tutto, 72.000 uomini, 3.500 cavalli e 154 pezzi d’artiglieria. Al contrario dello stato maggiore italiano, quello austriaco ha disegnato una chiara pianificazione, e lo si verifica nel corso della battaglia. Secondo quanto scritto nell’ultimatum inviato il 20 giugno da Lamarmora all’Arciduca Alberto, le operazioni devono avere inizio il 23. Per quanto riguarda il corpo dei garibaldini, questo si incanala per le valli bresciane e raggiungono, con le teste delle colonne, Rocca d’Anfo e Breno. Non è però al completo, in quanto alcuni reparti rimangono a Brescia, Desenzano e Bergamo. Per quanto riguarda l’armata del Mincio, non è possibile a questo punto seguirla tutta nei suoi movimenti in modo adeguato. Si legga perciò quanto scritto nella relazione ufficiale dello stato maggiore riguardo alla 1^ divisione (quella che comprende la brigata Forlì e quindi il 44° reggimento di fanteria, oggetto di questa ricerca. Alle ore 7,30, tostoché gli zappatori del genio ebbero esplorato il ponte di Mozambano, che fu trovato praticabile, e rotto il cancello che ne chiudeva lo sbocco sulla sponda sinistra, per ordine del generale Cerale il maggior generale Rey di Villarey, comandante la brigata Pisa, passò il Mincio colle seguenti truppe:
Le vedette austriache erano scomparse. Quelle truppe attraversarono velocemente il piano sotto la Brentina ed ascesero le alture di monte Sabbione. La compagnia bersaglieri si spinse fino alla strada Valeggio - Salionze, oltre il Torrione. Il battaglione del 29°, seguito dall’artiglieria, corse lungo il Mincio fin sotto a Valeggio. Lo squadrone guide spedì subito pattuglie a sinistra verso Peschiera sin oltre Salionze, in avanti sino di là dal monte Vento, e a destra sino a Valeggio. Dopo le 9 il generale di Villarey collocò il 29° reggimento e la sezione di artiglieria sul monte Sabbione (fronte a Peschiera), e la compagnia bersaglieri sul culmine del monte Magrino, d’onde, riposando, poteva scorgere vastissimo tratto di terreno, legandosi a destra cogli avanposti della 5^ divisione, che seppesi avere occupato Valeggio Mezzo squadrone di guide fu posto al Torrione e l’altro mezzo alla casa Pravecchia, col mandato di guardar la fronte con vedette e pattuglie dalla stretta di monte Vento (sulla strada Valeggio - Oliosi) sino al Mincio, d’accordo con alcune piccole guardie poste dal comandante del 29° reggimento a breve distanza, dinnanzi alla sua posizione. Frattanto il resto della 1^ divisione rimaneva sulle alture presso Monzambano, guardando a Peschiera. Sul cader del giorno, il generale di Villarey fece stendere a guardia sulla fronte, tra le due strade Valeggio - Oliosi e Valeggio - Salionze, un battaglione del 29° reggimento (il II) e raccogliere le guide sul Torrione e su Pravecchia. Un battaglione del 30° (il III), mandatogli a rinforzo dal comandante della divisione nella serata, fu posto a nord di monte Sabbione, a guardia del terreno tra la strada Valeggio - Salionze ed il Mincio, cioè a sinistra del battaglione del 29°. Così rimase la 1^ divisione a cavallo del Mincio, colla fronte a nord e il quartier generale in Monzambano, sino al mattino seguente. Fu posto subito mano a rafforzare il ponte, ch’era in assai cattivo stato, e fu anche segnata e incominciata una testa di ponte; ma quel terreno, così basso e scoperto tra il ciglione della Brentina e il fiume, era talmente signoreggiato da fronte e da fianco dalle alture delle due sponde, dal forte di monte Croce e dal monte Guardia pure tenuto dagli austriaci da non comportare artificiali difese di qualche valore. Nel pomeriggio dello stesso giorno 23 l’attenzione dei bersaglieri del 18° battaglione (1^ divisione), appostati sulla vetta del monte Magrino, è richiamata da un gran polverìo che si scorge nella campagna a nord di Villafranca, diretto da est a ovest. Il capitano Paselli spedisce subito al generale Villarey un biglietto, con il quale gli annuncia che forti colonne austriache muovono da Verona verso Peschiera all’altezza di Villafranca. Il generale fa trascrivere il biglietto e lo spedisce al comando della divisione in Monzambano. Il colonnello Dezza e il capitano di stato maggiore Sismondi, mandati dal generale Villarey a riscontrare quella cosa, scorgono anch’essi ben distinta la traccia polverosa che segna la strada maestra Verona - Peschiera, a circa 10 chilometri a nord di Villafranca, mentre un altro immenso polverìo a sud - ovest di Villafranca svela il movimento della cavalleria del generale De Sonnaz. Da queste notizie il generale Villarey deduce la possibilità di un attacco della guarnigione di Peschiera rinforzata contro la sua posizione e perciò volge tutta la sua attenzione verso Oliosi e Salionze. Dello stesso parere è il comandante della divisione quando, in visita al generale Villarey sul monte Sabbione, viene a conoscenza del fatto. Per mettere questi nella migliore condizione per fronteggiare un possibile attacco, il generale Cerale gli dà in rinforzo un battaglione del 30° reggimento. Cerale considera però che la questione interessi solo la divisione e quindi non avvisa il comando del corpo d’armata. Sono invece indizi eloquenti, che potrebbero mettere in guardia Lamarmora e fargli pensare che lo scontro col nemico potrebbe avvenire prima del fiume Adige. Ma lo stato maggiore non viene avvisato e quindi nessun provvedimento preso. Il pomeriggio del 23 Lamarmora emana gli ordini di movimento ai corpi d’armata. Ecco quello diretto al comandante del primo corpo, il generale Durando. Per domani 24 giugno, Vostra Eccellenza darà le seguenti disposizioni: una divisione continuerà a rimanere sulla destra del Mincio. Le altre tre divisioni, che sono sulla sinistra del fiume, vorranno essere disposte: due divisioni tra Sona e Santa Giustina; la terza osserverà Peschiera e Pastrengo, occupando specialmente Sandrà, Colà e Pacengo. Il quartier generale del primo corpo dovrà essere a Castelnuovo. Sulla sua destra Ella sarà collegata al III corpo d’armata, che occuperà la linea Sommacampagna - Villafranca. Le truppe che muovono partiranno tutte dagli attuali loro accantonamenti prima delle ore 4 a.m. L’ordine, arrivato al comandante del primo corpo d’armata, viene da questi trasformato in ordine per le divisioni dipendenti, tra queste la 1^ agli ordini del generale Cerale. Domani 24 le divisioni 1^, 5^ e 3^ eseguiranno i movimenti che appresso: la 1^ divisione, seguendo la strada da Valeggio a Castelnuovo, andrà a frapporsi tra Peschiera e Pastrengo, osservando ambedue quelle posizioni. A tal uopo la Signoria Vostra porrà una delle sue brigate con una batteria a Castelnuovo, fronte verso Peschiera, e ripartirà l’altra brigata, ponendo un reggimento a Sandrà, fronte a Pastrengo, l’altro a Colà rivolto nella direzione medesima. Porrà il suo battaglione bersaglieri in Pacengo, fronte a Peschiera, e distribuirà la sua seconda batteria come crederà meglio tra le posizioni di Sandrà e Colà. A ciascuno dei tre distaccamenti di Sandrà, Colà e Pacengo assegnerà un drappello di cavalleria pel servizio di esplorazione. Il suo quartier generale sarà in Castelnuovo. Il generale Cerale, a sua volta, invia ordini alle due brigate che da lui dipendono, in particolare alla brigata Forlì invia il seguente Oggi 24 la divisione andrà a frapporsi fra Peschiera e Pastrengo osservando ambedue quelle posizioni; la brigata Forlì ai di lei ordini occuperà la posizione di Castelnuovo facendo fronte a Peschiera. La Signoria Vostra potrà disporre di una batteria di artiglieria. Si porrà in movimento alle 3 ½ antimeridiane. La batteria di artiglieria marcerà in coda al 43° reggimento. Un battaglione del 44° resterà in Monzambano per partire alle ore 5 percorrendo la strada Valeggio - Castelnuovo servendo di scorta del carreggio di cui il maggiore avrà il comando insieme a un plotone di cavalleria. La marcia sarà effettuata con tutte quelle precauzioni che sono richieste per una possibilità di uno scontro col nemico. Le più rigorose misure d’ordine saranno prese onde la marcia del carreggio sia convenientemente regolata. Il quartier generale della divisione si stabilisce a Castelnuovo. Prima dell’alba del 24 giugno le truppe sono in movimento. Tra gli italiani nessuno pensa veramente a una battaglia imminente, tanto che le truppe, salvo quelle della 3^ divisione del generale Brignone, vengono ancora seguite dal carreggio e la cavalleria, invece di procedere avanti, nella indispensabile esplorazione, si trova tutta indietro. Nessun generale conosce chiaramente lo scopo della marcia né le intenzioni del comando supremo. Per completare il quadro, le truppe, a causa degli errori commessi nel regolarne il movimento, sono digiune e stanche ancora prima di cominciare a marciare. Il generale Lamarmora, accompagnato da due sole guide, sorveglia personalmente la marcia delle colonne, invadendo le attribuzioni degli inferiori e non preoccupandosi troppo del nemico che ritiene sia ancora al di là dell’Adige. L’esercito austriaco invece, è pronto ad avanzare secondo un concetto di manovra ben chiaro e pienamente noto ai comandanti delle grandi unità. Le truppe sanno di marciare verso la battaglia. Ora, se non si vuole che questa ricerca diventi un trattato su tutta la guerra del 1866 ma si desidera arrivare a concentrare l’attenzione del lettore sull’episodio della bandiera del 44° fanteria, è opportuno abbandonare il resto della battaglia, salvo ritornarci per fare delle considerazioni conclusive, per seguire i fatti che più da vicino interessano le vicende della 1^ divisione. La testa di questa alle 7,45 raggiunge Oliosi. Vincendo la resistenza del generale Cerale, che sostiene l’impossibilità che il nemico sia in forze considerevoli, il generale Villarey ottiene che la brigata Pisa, che lui comanda, avanzi a sostegno dell’avanguardia della 5^ divisione, costituita dalla brigata Brescia, agli ordini del generale Villahermosa. Fa schierare quindi le sue truppe col 29° reggimento a destra a cavallo della strada della Mongabia e il 30° a sinistra verso monte Torcolo. Il 10° battaglione bersaglieri in testa alla divisione e un battaglione del 20° prendono posto sulla linea della brigata Pisa, tra il 29° e il 30° reggimento. Compiuto lo schieramento, il generale Villarey dirige il 30° verso le alture ad est di casa Zenati e lancia le truppe all’attacco. Benché la nostra artiglieria non ne possa sostenere l’azione, la brigata Pisa assalta ripetutamente e, malgrado la morte del suo comandante, s’impadronisce di Fenile, Mongabia, monte Cricol e casa Zenati. Durante questa azione, il generale Cerale, come se le truppe in azione non siano alle sue dipendenze, continua tranquillamente ad avanzare alla testa della brigata Forlì incolonnata per quattro sulla strada rotabile. A questo punto si verifica un episodio che, per quanto breve, pesa in grande misura sulle sorti della battaglia. Il comandante della cavalleria del 5° corpo austriaco invia da Corte uno squadrone del 16° reggimento ulani, comandato dal capitano barone Bechtolsheim, con il compito di disturbare la marcia delle truppe italiane. Lo squadrone, passato il Tione e salito sull’altura di Fenile, scende sulla rotabile Castelnuovo - Valeggio e si lancia contro la testa della colonna alla cui testa è il generale Cerale affiancato dal comandante della Forlì, generale Dho. Alla comparsa improvvisa degli ulani, la batteria che marcia alla testa della colonna indietreggia e ripiega disordinatamente verso la fanteria. Gli ulani la inseguono mettendo scompiglio tra i battaglioni e, attraversando la colonna, arrivano fino al crocevia della strada Oliosi - Salionze. La carica degli ulani ha una efficacia imprevista, tanto che al generale Dho risulta impossibile spiegare i suoi reparti per il combattimento, ma è pagata a caro prezzo: di 102 cavalieri, 86 rimangono sul terreno. Lo stesso capitano Bechtolsheim perde il cavallo e per ripiegare monta su quello del maggiore Stoppini, caduto in combattimento. Il capitano, per la sua audacia, viene in seguito sottoposto al consiglio di guerra austriaco per avere portato lo squadrone alla rovina, visto che aveva solo avuto l’ordine di fermare gli italiani che avanzavano verso Fenile. E’ solo quando i resoconti italiani della battaglia giungono al quartier generale austriaco che si sa quanto l’ardita azione del capitano sia stata efficace, avendo annientato la capacità combattiva di una intera brigata. Per questo motivo, non solo viene mantenuto nel grado, che rischiava di perdere, ma viene anche decorato con l’ordine di Maria Teresa, la più ambita fra le decorazioni militari austriache. Intanto l’altura di Oliosi, che era stata occupata e poi abbandonata d’iniziativa dal generale Villahermosa, viene occupata da un battaglione cacciatori austriaco. Sapendola sguarnita e intuendone il valore tattico, il capitano Gamberini, comandante interinale del 2° battaglione del 43° reggimento (brigata Forlì) decide d’iniziativa di occuparla. A questi si uniscono anche tre compagnie del reggimento. Arrivati però sul ciglio del Tione, gli italiani sono presi di sorpresa dal fuoco austriaco che li costringe al ripiegamento. Più fortunato è il maggiore Aronni, comandante del 4° battaglione del 44° fanteria (brigata Forlì), che ritenta l’azione fallita dal battaglione del 43° e con i suoi uomini occupa la Chiesa, la canonica e altri caseggiati di Oliosi, riuscendo per un certo tempo a tenere testa al nemico. Dopo un lungo combattimento, il battaglione è costretto alla ritirata, ma un pugno di uomini al comando del capitano Baroncelli (tra questi è l’alfiere con la bandiera del 44°), che nel frattempo ha occupato la casa detta oggi della bandiera, riesce a resistere eroicamente per lungo tempo, fino a quando gli austriaci danno fuoco all’edificio. Gli italiani sono così costretti alla resa per non rimanere preda delle fiamme. Vale la pena qui riportare una espressione usata dal colonnello Mathes von Bilabruk nel suo Studio tattico sulla battaglia di Custoza. Riferendosi al modo in cui combatterono gli italiani, scrive …mit heroischer Ausdauer: con eroica pertinacia. Secondo quanto viene riportato da tutte le rievocazioni storiche, gli italiani, per evitare che la bandiera del reggimento cada in mani nemiche, la lacerano in più pezzi che conservano durante la prigionia per poi ricomporre il vessillo al termine di questa. Sui particolari di questo evento esistono varie fonti che sono riportate ed esaminate nei capitoli successivi. Tutte sono però scritte dopo la data del 25 ottobre 1866, giorno in cui la bandiera viene riconsegnata al reggimento durante una solenne cerimonia in Piazza San Marco a Venezia. Una delle fonti alle quali oggi si può accedere sono le memorie storiche della brigata Forlì che si riferiscono alla campagna del 1866. Sono custodite presso l’ufficio storico dello stato maggiore dell’Esercito, in via Lepanto, a Roma, su uno degli scaffali che costituiscono gli otto chilometri di memoria storica dei sotterranei dell’edificio. Della giornata del 24 giugno, le memorie riportano… La brigata forte di sette battaglioni essendo un battaglione comandato di scorta al carreggio muove dai suoi accampamenti alle ore 3 ½ antimeridiane preceduta dalla brigata Pisa ed avendo una batteria fra i due reggimenti. Passa il Mincio sul ponte di Monzambano e si dirige a Valeggio ove fa un buon riposo. Quindi si rimette in marcia con le altre truppe della divisione e nello stesso ordine di prima verso le posizioni di Castelnuovo che doveva occupare e dove doveva stabilirsi alle ore 6 ½ antimeridiane. Allo sboccare della strada che mette a Castelnuovo dalla gola di monte Vento la testa di colonna viene fulminata dalle artiglierie nemiche in posizione sulle alture di Castelnuovo. La brigata Pisa si getta nella campagna a destra per andare ad attaccare le colline a destra della strada sopra Oliosi, mentre la brigata Forlì preceduta da due squadroni guide ed una sezione d’artiglieria continua ad avanzare per la strada, fino all’altezza di cascina Mongabbia, quivi giunto il 1° battaglione del 43° a sinistra della strada cerca attaccare le colline sopra dette ma ne viene respinto. Così pure il rimanente della brigata che cercava ancora avanzare è costretta a retrocedere da due cariche di ulani e dalle gravi perdite sofferte. Si tenta riformare la brigata presso a cascina Valpegone ma inutilmente di modo che tutte le truppe continuano a ritirarsi alquanto in disordine. Il maggiore generale cavaliere Dho comandante la brigata il quale era stato ferito da tre colpi di lancia nella seconda carica di cavalleria assume in allora il comando della divisione essendone stato gravemente ferito il comandante luogotenente generale cavaliere Cerale. Colle poche forze che può riunire della brigata Pisa dispersa a destra della strada tenta difendere la altura dinnanzi a Ca’ Marognotte ove pure trovavasi la bandiera del 43° reggimento ma non potendo resistere alle forze superiori continua la sua ritirata fino alle posizioni occupate dall’artiglieria di riserva, protetta da tre brillanti cariche di uno squadrone del reggimento lancieri d’Aosta. Si fa sul ritirarsi a Ca’ Marognotte che la bandiera del 44° Reggimento la quale si trovava presso il 1° battaglione andò perduta avendo le compagnie appoggiato a sinistra, per cui caddero tutti prigionieri. La bandiera venne però eroicamente difesa specialmente dagli ufficiali che in gran numero rimasero sul campo di battaglia. Al ritirarsi poi dell’artiglieria di riserva si ritirò pure il piccolo nucleo della brigata Forlì fino a Valeggio ove si trovò il 44° reggimento in posizione a Monte Fenile, mentre il 43° si riformò in Borghetto. Fino alla sera si conservano tali posizioni, da notte poi tutta la brigata va ad accamparsi presso Volto, compreso due battaglioni del 44° ed uno del 43° che si erano ritirati a Monzambano. Le perdite della giornata furono assai sensibili. Il 43° reggimento ebbe 22 ufficiali mancanti e 689 individui di bassa forza. Il 44° reggimento 14 ufficiali e 206 individui di bassa forza. Fra gli ufficiali mancanti del 43° reggimento deve annoverarsi il luogotenente colonnello cavaliere Trombone ed i maggiori cavalieri Polli e Stoppini. Assume il comando interinale della brigata il colonnello comandante il 43° reggimento cavaliere Bergonzini. Da quanto si legge in questa cronaca, è chiaro che la bandiera del 44° fanteria viene data per persa e quindi in mano al nemico. Nulla si sa al comando della brigata di quanto è avvenuto nella cascina di Oliosi in quanto tutti i protagonisti dell’avvenimento sono stati fatti prigionieri. E’ ancora da notare che, essendo stato ferito gravemente il luogotenente generale Cerale, il comandante della brigata Forlì, maggiore generale Dho, assume il comando della divisione e, in sua vece, al comando della brigata, viene posto il colonnello Bergonzini, comandante del 43° reggimento. Il generale Dho resta in comando della divisione fino al 1° luglio, data in cui il comando viene assunto dal generale Revel. La relazione non è molto chiara circa l’andamento dei fatti. L’estensore sembra più attento a scrivere correttamente i titoli degli ufficiali citati che non a consegnare gli avvenimenti alla storia. Si può essere propensi a pensare che la concitazione della battaglia e la confusione nella quale gli avvenimenti si svolgono abbiano confuso le idee a tutti, soprattutto a chi, il giorno stesso deve stendere il diario della battaglia. Inoltre, nel racconto mancano i due tentativi successivi fatti da battaglioni della brigata per impadronirsi delle alture di Oliosi. Evitare di descrivere tutto l’andamento della battaglia di Custoza, considerati gli scopi di questa ricerca, è d’obbligo. Ciò nondimeno, a chi legge è bene offrire alcuni dati e considerazioni perché il quadro, almeno generale, degli avvenimenti sia più completo. Non si può dire che quanto citato fino ad ora (l’inesistenza di un piano di operazioni, la convinzione di non trovare il nemico tra il Mincio e l’Adige, il trasferimento dei reparti fatto in ordine di marcia e non di battaglia, l’inesistenza dell’azione di comando del generale Cerale, la carica degli ulani) siano decisivi ai fini della battaglia di Custoza, nella quale, peraltro sono coinvolte molte altre unità. Tuttavia, hanno un peso notevole per fare pendere la bilancia della sorte verso la preparazione e l’adeguata organizzazione degli austriaci. Né bastano gli innumerevoli atti di coraggio dei quali sono protagonisti ufficiali, sottufficiali e soldati italiani (uno di questi è il tema della ricerca) per compensare l’inadeguatezza dell’azione di comando e l’incompetenza di alcuni generali. Vale la pena riportare quanto scritto dal generale Edoardo Scala (1884 - 1964), autore della monumentale opera Storia delle fanterie italiane, a conclusione del suo saggio La guerra del 1866 edito dall’ufficio storico dell’Esercito. La battaglia di Custoza fu una battaglia d’incontro. che sorprese gli italiani, i quali avrebbero però potuto conseguire ugualmente la vittoria, qualora fossero stati meglio comandati ed avessero potuto sfruttare più efficacemente i vantaggi offerti dal terreno, che ben si prestava: sia ad una tenace resistenza, sia ad una successiva, fortunata controffensiva. Le posizioni di monte Torre, di Custoza e di monte Vento erano, infatti, particolarmente adatte ad un efficace impiego della fanteria; mentre la pianura avrebbe potuto favorire l’energica azione della nostra cavalleria e lo sfruttamento della sua superiorità numerica. Per far questo, sarebbe stato necessario che, dopo la prima sorpresa, il nostro comando si fosse orientato rapidamente sulla situazione e avesse deciso opportunamente e tempestivamente sul da farsi. Invece l’impressione prodotta dal disordine dei carreggi, dalle ferite dei generali Durando e Cerale e del Principe Amedeo, dalla disordinata ritirata compiuta da qualche reparto, dall’accanimento dimostrato dal nemico, fece credere al Lamarmora la giornata perduta quando le sorti di essa erano ancora indecise e mentre sarebbe stato ancora assai facile di conseguire la vittoria. Sotto questa penosa impressione - non tenendo alcun conto: né delle forze che avevamo ancora disponibili, né delle gravi condizioni nelle quali, dopo una giornata di combattimento accanito, si trovava il nemico - il comandante italiano (nonostante che il Re ed altri generali si fossero pronunciati a favore di una nostra immediata controffensiva), nella notte dal 25 al 26 giugno, ordinò la ritirata di tutta l’armata del Mincio su Cremona e su Piacenza. La battaglia di Custoza, che avrebbe potuto e dovuto risolversi con la nostra vittoria, c’impose quindi un’immeritata sconfitta, quasi esclusivamente per deficienze assai gravi nell’azione del comando; tanto che chi legge i relativi documenti non può non rammaricarsi che il rispetto alle norme costituzionali abbia impedito a Vittorio Emanuele II di assumere effettivamente e personalmente il comando dell’esercito! Infatti, anche dopo Custoza, la magnanima figura del Padre della Patria ci appare degnissima della nostra ammirazione e della nostra riconoscenza. Non è il caso di aggiungere commenti a queste ultime considerazioni del generale Scala espresse con parole chiare e inequivocabili. |