La bandiera di Oliosi

Capitolo 4 - Vi siete difesi da leoni


Lo spirito che anima questa ricerca è quello del ricorso alle fonti, per cui, al di là di quanto si racconta ancora sull'episodio della bandiera del 44° reggimento fanteria e che è stato tramandato - come abbiamo visto - nella memoria collettiva della popolazione di Oliosi, è opportuno, se si desidera che queste pagine scritte non siano tempo perso, fare riferimento a quanto già scritto da altri in tempi passati. Come fonti principali, fino ad ora abbiamo citato i documenti ufficiali della battaglia (ordini diramati e diario storico della brigata Forlì), documenti ufficiali dell'Esercito e lo studio del generale Scala. Questi, per quanto riguarda i riferimenti alla battaglia di Custoza e alla preparazione dell'esercito in quegli anni.

Per quanto riguarda invece l'episodio della bandiera vero e proprio e i fatti che ne conseguirono, due sono le fonti alle quali facciamo riferimento per la loro dovizia di particolari che forniscono e per la loro attendibilità. La prima, riportata in questo capitolo, fa parte di un'opera di Quinto Cenni, noto a tutti gli studiosi di storia risorgimentale e di uniformologia, autore di innumerevoli e preziose tavole disegnate con rigore storico e iconografico. L'opera alla quale si fa qui riferimento è La Battaglia di Custoza, della quale a Cenni sono dovute le tavole (alcune sono riprodotte in questo libro) e a Luigi Archinti, luogotenente dei bersaglieri in ritiro (così è scritto nel frontespizio), gli scritti.

La seconda è tratta da un'opera del generale Thaon di Revel, Duca di Genova. Questi, dopo avere assunto il comando della 1^ divisione il 1° luglio per la morte del generale Cerale, è nominato Commissario regio militare per la cessione del Veneto all'Italia. Alcuni anni dopo gli avvenimenti scrive un libro che intitola La cessione del Veneto, ricordi di un commissario regio militare. La prima fonte deve essere ritenuta attendibile per la maniacale precisione che Cenni pone nelle sue tavole e per la dovizia di particolari citati da Archinti nel suo scritto, il che fa ritenere che non sia stato solo uno scrivere per sentito dire, ma si sia documentato a sua volta a fonti attendibili. La seconda, di Revel, perché essendo lui stesso il comandante della divisione, ha vissuto i fatti in prima persona. Va quindi considerata fonte primaria. Ecco la rievocazione di Archinti…

Qui non finiscono gli atti che la brigata Forlì può citare in prova che altrimenti sarebbe andato il combattimento, se nel piano d'Oliosi fosse stata messa al cospetto del nemico nello stato d'unità tattica effettiva: c'è il fatto glorioso della bandiera del 44°. Nel momento nel quale si sciolse la compagine di quella lunga massa in colonna di marcia cui si vuol dare il nome di Brigata Forlì, e che il combattimento, da quella parte, si riduceva alla formazione di nuclei per affinità d'ardimento, di valore personale, di onor militare, di amor proprio, di temperamento, fra gli altri si formò un nucleo per un terzo composto di ufficiali.

Il nucleo saltò il fosso brandendo sciabole e fucili inastati per respingere il nemico, obbedendo al tamburo che suonava la carica. In pochi minuti si trovò circondato quasi d'ogni parte da cacciatori che contr'esso apersero un vivo fuoco mentre gli irrompeva addosso la 2^ carica degli Ulani. Caddero il capitano Wulten, di Venezia, gridando "viva l'Italia", colpito nella fronte, mentre il drappello si dirigeva verso una cascina per cercarvi riparo. Più innanzi cadde il tenente Ajello di Torino, colpito al ventre, dicendo a chi gli chiedeva se era ferito: "m'han famme na bottonera d pi" (m'han fatto un occhiello di più). L'attacco del nemico diveniva sempre più fiero, ma quei bravi difendendosi giunsero sino alla casa verso la quale si erano diretti; vi incontrarono dei cacciatori, li sloggiarono, ed entrati pel portone incominciarono quel combattimento che fu uno dei più interessanti episodi della giornata.

Immaginiamo un cortile tra due case rustiche, rilegate da una parte da un fienile con un uscita, dall'altra da un muro con un altro portone; vicino alla casa romba la battaglia col crepito delle fucilate e lo scoppio dei cannoni; in quel frastuono spicca un grido non molto discosto: "Salvate la bandiera". Attorno al portone ingrossa un gruppo di italiani; tra essi sono più ufficiali, un di loro porta la bandiera del 44° reggimento. I soldati si fermano a ricaricare le armi dietro gli stipiti e mentre altri li raggiungono, si affacciano a sparare. Una porta tra le due finestre con inferriate, s'apre sul cortile nel mezzo della casa di sinistra; un soldato delle Guide arrivato cogli altri, lega due cavalli a una delle inferriate, il suo e quello d'un suo compagno caduto morto.

I nemici aumentano di fuori, e le fucilate spesseggiano; la posizione non è tenibile, tutti corrono alla porta ed entrano nella casa. Mentre passano gli ultimi, i primi si affacciano alle due finestre facendo fuoco verso il portone, altri passano dalla prima a una seconda stanza a destra, munita egualmente di due finestre, e la fucilata di quelle quattro aperture tiene indietro il nemico. Entrato l'ultimo soldato la porta è sbarrata e la fucilata si fa più viva. La prima stanza è una cucina piuttosto ampia; nel mezzo c'è una tavola rustica, a sinistra il focolare, accanto al focolare un gran pajuolo pieno d'acqua sporca nella quale nuotano delle foglie di cavolo.

"La broda pel majale" dice un soldato che vi ha guardato dentro, ma non esita a immergervi la sua tazza di latta ed a berne con avidità. Visto dagli altri, ufficiali e soldati si spingono a vicenda per la frenesia di giungere presto a spegnere la sete che li tormenta, la sete dei combattimenti, la più molesta e violenta. Le palle intanto fischiano e sbattono sulle pareti, si ficcano nelle travi, scantonano stipiti e spigoli, si dividono incontrando le sbarre delle inferriate; schegge di legno, calcinacci, frammenti di vario genere schizzano da ogni parte, e la fucilata delle finestre si mantiene viva; il drappello si riconosce, al capitano Baroncelli, il più anziano di tre capitani presenti, spetta il comando ed egli l'assume.

Le offese dei nemici crescono, i colpi dei nostri diminuiscono, i cavalli legati alla sbarra della finestra della cascina verso il fienile, disturbano seriamente il tiro d'uno dei gruppi di difensori. "Tagliate le briglie" grida il capitano. Le briglie sono tagliate, ma quelle due povere bestie intontite e ferite, benché libere, non si muovono. Uno stormo di nemici si mostra dal fienile e si slancia contro le finestre, dei colpi di baionetta hanno finalmente respinti i cavalli, ogni impedimento è tolto, un fitto di soldati si affaccia colla bocca della canna fuori dell'inferriata, vomitando una scarica efficacissima, mentre dall'altre aperture il fuoco diventa più celere.

Il nemico che era quasi riuscito a portarsi sotto, dà addietro, esita, ma un'altra scarica lo determina a lasciar piede e cercare un riparo. Nella parete rimpetto al focolare s'apre una porta; il capitano entra di lì in una stanza attigua nel cui fondo scorge una finestra chiusa, ne apre l'imposta, un gruppo di soldati ne prende possesso e incomincia il fuoco; quella finestra dà sul lato nel quale s'apre il portone d'ingresso al cortile, ed è ottima per prendere di fianco i cacciatori che vi stanno appostati; il fuoco incomincia anche da questa parte. Altri intanto salendo per una scala di legno, dalla cucina sono andati al piano superiore, dove s'apre un'altra finestra sull'esterno della casa, di là scoprono altri nemici che attorniano la cascina, e anche qui incomincia il fuoco; altri sono saliti al solajo, qualcuno si è arrampicato al tetto, e così i gruppi dei tiratori si sono disposti facendo fuoco da tre lati.

Gli ufficiali sorvegliano i soldati perché tirino mantenendosi coperti onde offendere possibilmente senz'essere offesi. Il fuoco prende dalle due parti un andamento regolare. Il rumore delle schiopettate non copre interamente quello della battaglia, che si combatte al di fuori: il cannone tuona in vicinanza, le fucilate dirompono a scrosci, gli urrà degli assalti si alternano con lunghi silenzi. Ad un tratto dalla stanza di destra penetrano nella cucina i proiettili dei nemici che tirano sul fianco della casa; da quella parte i nostri hanno cessato il fuoco, il capitano accorre: il nemico ha concentrato contro la finestra della testata i fuochi convergenti di più stormi di cacciatori appiattati, è impossibile affacciarsi a quel vano; un soldato riparato dietro la spalla dell'apertura coglie un momento di sosta e chiude l'imposta, una tempesta di colpi vi si abbatte e la crivella, poi poco a poco i colpi si diradano e cessano.

Intanto quel fuoco laterale prendendo alle spalle e di fianco i tiratori della cucina vi hanno prodotto un po' di scompiglio, interrompendo la successione degli spari. I nemici ne approfittano e si slanciano avanti del fienile e dal portone, ma l'ordine s'è tosto ristabilito tra i difensori, e gli assalitori sono respinti dai due lati, lasciando morti e feriti sul lastrico, sotto le finestre. Il combattimento dura senza altri incidenti un pezzo. Poi ecco del nuovo: il nemico ha occupato la casa dirimpetto e tira dalle finestre superiori, i nostri sono così esposti a tre fuochi ma i migliori tiratori da basso vanno a mettersi di fianco alle aperture, appena lassù spunta una testa di cacciatore, una palla lo coglie: quel giuoco si ripete, nessuno più si affaccia dall'alto, e le difese laterali continuano efficaci. Intanto nella stanza di sopra alla cucina si fa più forte il fracasso, il nemico ha rinnovato per quella finestra l'offesa dei fuochi concentrati che hanno fatto ritirare i difensori della stanza laterale terrena.

Quel vano è come una cateratta aperta per la quale scorre entro la stanza una corrente ininterrotta di piombo; un'altra volta è colto il momento di chiudere l'imposta, ma poco dopo si riapre, e la difesa da questa parte si alterna con delle soste. L'accanimento dei difensori tocca al fanatismo; in cucina il soldato Riva, grondante sangue da una larga ferita, si ostina a rimanere a petto scoperto a far fuoco; il capitano Baroncelli e il tenente Zanella sono obbligati a strapparlo a forza da quel posto ed a tenerlo in un canto finché arrivano a farsi ubbidire.

Il rumore della battaglia si è allontanato, tutti capiscono di essere isolati in mezzo ai nemici; alcuni soldati arrotano le punte delle bajonette sulla pietra del focolare, tutti son disposti a difendere sino all'ultimo, anche da soli, la bandiera che è in mezzo a loro. Ma il fuoco degli austriaci si fa rado poi cessa, ed i cacciatori spariscono, un grido viene dal portone: "Viva l'Italia"; il cuore dei valorosi batte di speranza. "I nostri, i nostri" alcuni si affrettano alla sbarra della porta per aprirla: "No, fermi! Fuoco per Dio! grida una voce. I soldati che da fuori si precipitano in massa per il portone gridando "Viva l'Italia" sono cacciatori austriaci; alcuni sono già vicini alle finestre, gli altri seguono a corsa sfrenata, ma il bravo drappello li ferma, li respinge, e il combattimento riprende l'andamento di prima.

Dopo un certo tempo un terzo attacco è respinto ugualmente, poi cessa il fuoco, e i nemici scompaiono. Per tirare più presto si erano deposte tutte le cartucce sul tavolo, si contano: rimangono sei colpi per tiratore, ed è evidente che il nemico prepara qualche grosso assalto. Il silenzio e l'assenza d'austriaci continuano. I soldati provano se la ghiera della bajonetta è ferma sulla canna, tutti aspettano ansiosi la spiegazione di questa sosta misteriosa. "Il fuoco! vien dato fuoco alla casa!" avverte il capitano Scapucci; diffatti dal vicino fienile poco dopo divampano le fiamme. Non si sente più frastuono di combattimento, il cannone che tuona da lontano avverte che irremissibilmente la battaglia s'è portata altrove, e va sempre più distante. Non c'è speranza d'ajuto!

Il tempo scorre e l'incendio si propaga. Quelli del tetto e del solajo sono i primi minacciati dalle fiamme, il fuoco li investe, ed essi discendono al piano di sotto; crolla il tetto, la stanza superiore si riempie di fumo, e il soffitto minaccia di cedere, tutti calano alla cucina, dove il fumo comincia ad introdursi. Chi parla di una sortita e chi di seppellirsi sotto le rovine; il capitano raduna tutti di faccia al focolare, espone loro l'impossibilità d'ogni resistenza e d'ogni sforzo per quanto disperato: tutti hanno fatto il loro dovere, non resta che la resa; mette a partito la proposta interrogando in ordine inverso di anzianità e di grado; la resa è votata; allora si porta dinanzi al drappello la bandiera; il panno e le fasce sono staccate dall'asta.

La commozione in alcuni arriva sino alle lagrime. Il panno è lacerato in più pezzi ed ogni ufficiale e sott'ufficiale ne riceve un brano che si nasconde addosso; la freccia resiste ad ogni sforzo per romperla, troppo voluminosa per essere involata è messa sotto le ceneri morte, l'asta viene rotta in più pezzi che si nascondono sotto il focolajo; il tenente Chiverni, che parla tedesco, è mandato a parlamentare; egli sale al piano superiore invaso dal fumo; apre la finestra e mette fuori la sciabola sguainata sormontata da un fazzoletto bianco. La resa è accettata ed è mandata una compagnia a ricevere i prigionieri.

La resistenza ha durato circa due ore e mezza. Il drappello attraversa il cortile passando in mezzo ai cadaveri dei nemici, al portone ne può vedere degli altri che non si sono ancora potuti trasportare, poi giunge davanti al colonnello Barone Attemps che alla testa della colonna di sinistra della Brigata Benko, è stato l'ultimo a combattere quei 38 italiani coi suoi 1824 tedeschi dei due battaglioni 2° e 4° Hohenlohe. "E gli altri?" chiede il colonnello vedendo il piccol numero dei difensori. Alla risposta che non ne rimangono se non tre morti e due feriti, non crede, e ordina che un ufficiale vada con dei soldati a verificare quell'asserzione; al loro ritorno annunciando che, difatti non c'erano altri, il colonnello rivolge al drappello queste testuali parole: "Bravi! Bravi" Vi siete difesi da leoni.

Condotti prigionieri in Austria, resi a guerra finita al Paese, messi a far la quarantena (c'era il colera) in un capannone della ferrovia d'Udine, una signora di questa città riunì i pezzi della bandiera, meno uno che era rimasto nella cascina. Certa Faini Rosa, proprietaria della casa, avendo trovato sotto il focolare i pezzi dell'asta, li portò a Verona ad un suo conoscente, il signor Baroni, che la consegnò al Generale Thaon de Revel.

Il 25 ottobre, nella piazza di San Marco la popolazione di Venezia assisteva ad una solenne funzione; il 44° Reggimento era schierato davanti le Procuratie nuove; il sottotenente Libretti, quello che aveva emesso il grido: "Salvate la bandiera", si avanzava reggendo il prezioso stendardo, e il Generale attorniato dal corpo degli ufficiali, diceva ad alta voce le seguenti parole: "Ho l'alto onore di consegnare al 44° Fanteria la sua bandiera salvata da un pugno d'eroi". Un uragano d'applausi coprì quelle parole e il tenente Libretti colle lagrime agli occhi potè tornare al suo posto, colla bandiera salvata.

A questa rievocazione è bene aggiungerne un'altra che è riportata in un'altra parte del volume e che costituisce ulteriore fonte…

Epilogo - La restituzione della bandiera al 44° reggimento in Venezia (25 ottobre 1866)

Come si è detto a pag. 11 di quest'opera gli eroici difensori della bandiera del 44° furono finalmente costretti alla resa e condotti prigionieri in Austria. Tornati in patria per il cambio dei prigionieri, giunti in Udine poterono finalmente mostrare alla luce diecisette dei pezzi lacerati della loro bandiera e consegnatili alla signora Adele Luzzato moglie del signor Graziadio Luzzato di Udine, questa li cucì insieme come meglio si poteva rimanendo un vuoto nel centro ove un pezzo mancava per la morte di colui che l'aveva su suoi panni gelosamente custodito.

Intanto al generale Revel, che sin dal giorno dopo la battaglia di Custoza assunto avea, per espresso ordine di Lamarmora, il comando della 1^ divisione in luogo del generale Cerale gravemente ferito, e che avea testè compiuta la missione di commissario militare italiano per la cessione del Veneto (nella quale avea dato segnalate prove di grande accorgimento, e di molto patriottismo, riuscendo con molta abilità ad eliminare l'azione del commissario francese, generale Lebouf, in quella delicata circostanza, nonché ad affrettare l'evacuazione delle fortezze, e diminuire di assai la cifra dei pagamenti da farsi all'Austria), era stata poco prima portata in Verona la freccia della bandiera trovata sotto la cenere del focolare dal proprietario della casa ove avvenne la tanto gloriosa difesa. Unita la freccia al drappo e questo e quella attaccati ad una nuova asta furono presentati solennemente al reggimento in Venezia il 25 ottobre 1866 dal generale suddetto. Tolgono il seguente brano dalla Gazzetta di Venezia del 26 ottobre stesso anno.

"La cerimonia compiutasi ieri mattina in piazza S. Marco della restituzione cioè della bandiera al 44° reggimento d'infanteria riuscì commoventissima; quando il generale Revel ebbe a parlare, esortando i propri commilitoni a consacrare e difendere quella preziosa reliquia delle nazionali battaglie, tuttora intrisa del sangue italiano sparso a Custoza, più d'un ciglio abbronzato di quei soldati e di quegli ufficiali si inumidì di pianto e la memoria della grande giornata, tanto ricca di episodi nobilissimi di valore italiano, si presentò alla mente di tutti come nuovo titolo alla riconoscenza generale per questo prode reggimento e per la prode divisione, a cui appartiene."

Parole pronunciate dal generale conte Thaon di Revel in questa circostanza.

Ecco la vostra bandiera! Per breve tempo la temeste perduta; essa invece fu coraggiosamente salvata e con energica avvedutezza conservata da que' valorosi fra i vostri ufficiali che la difendevano contro il soperchiante nemico. Vi ritorna gloriosa ed intatta nel suo onore. Un sol brano vi manca, ma esso è sepolto nella tomba del prode suo custode. Questa bandiera vi deve essere più che mai cara; e se la patria vi chiamerà all'armi, saprete farla sventolare ancora gloriosa, e speriamo in Dio sarà pure vincitrice.

(*) Una semplice menzione onorevole fu l'inadeguata ricompensa di tanto valore - Uno solo, il capitano Baroncelli, ebbe la medaglia d'argento perché per anzianità gli spettò il comando di quei bravi.

Leggendo con spirito critico questa rievocazione e sulla base di quanto già si è letto in precedenza, si possono fare alcune osservazioni. La prima di queste è che nel racconto nessun cenno viene fatto al doppio tentativo di conquistare le alture di Oliosi. Anzi, si direbbe che il nucleo al quale si fa riferimento, quello con la bandiera del 44°, si sia diretto verso la cascina per rifugiarsi dalle cariche del nemico e che, incontrati dei cacciatori, li abbiano sloggiati e si siano impadroniti della casa. La dinamica sembra poco credibile in quanto il racconto non dice che in effetti quel centro abitato era conteso per il suo valore tattico e che era stato occupato da un battaglione di cacciatori austriaci, i quali non si sarebbero certo fatti cacciare così docilmente come sembra leggendo il racconto.

Inoltre, non si capisce per quale motivo gli italiani in fuga sarebbero dovuti andare ad est verso il nemico. Piuttosto, se effettivamente avessero avuto intenzione di rifugiarsi da qualche parte, avrebbero dovuto dirigersi verso ovest, prendendo la strada per Salionze, o a sud verso Valeggio. Appare quindi più credibile la versione secondo la quale le alture di Oliosi sono state attaccate in due riprese: la prima, sfortunata, dal capitano Gamberini al comando del 2° battaglione del 43° reggimento, la seconda dal maggiore Aronni al comando del 4° battaglione del 44° reggimento. Il battaglione, peraltro non fu in grado di resistere a lungo in quanto a ridosso di Oliosi, proveniente da est, c'era la brigata austriaca comandata dal generale Piret che non tardò ad attaccare gli italiani.

La descrizione della cascina e degli interni di questa è precisa e gli avvenimenti scritti con una tale dovizia di particolari che, se si esclude che siano stati inventati, si direbbe che siano stati attinti direttamente da un testimone dei fatti, forse lo stesso capitano Baroncelli. Da chi altri, del resto, Cenni e Archinti avrebbero dovuto prendere le informazioni necessarie per scrivere dell'atto eroico se non da chi era stato comandante del drappello? Inoltre Baroncelli era anche stato decorato di medaglia d'argento al valore militare per quell'episodio e nel periodo in cui fu scritto il racconto presentato in questo capitolo era tenente colonnello nel 27° reggimento fanteria.

Quindi, ufficiale superiore, decorato al valore, comandante dei valorosi: nessuno era più adatto di lui per fare da testimone per la stesura del racconto. C'è da dire anche che fa parte della forma mentis militare il rivolgersi al comandante per conoscere i fatti del reparto alle sue dipendenze. Se poi qualche espressione sembra un po' enfatica o altisonante, perdoniamo volentieri chi l'ha scritta, considerato che sia stato anche egli preso da quel sentimento di risorgimentale patriottismo che poneva una lente d'ingrandimento davanti ai fatti e li faceva vedere più grandi delle loro reali dimensioni.

Per quanto riguarda il numero di brandelli in cui fu ridotta la bandiera, secondo Cenni e Archinti sarebbero pari al numero di ufficiali e sottufficiali. Nel testo su riportato è solo specificato il numero totale di uomini presenti nella cascina: 38. Invece, nella didascalia della Tavola V bis del volume che è nostra fonte sono bene specificati tutti i numeri: 3 capitani, 3 luogotenenti, 4 sottotenenti (compreso il portabandiera), 6 sottufficiali, 3 caporali, 17 soldati oltre a 1 sottufficiale del 43° e 1 soldato delle guide. Le parti in cui sarebbe stata suddivisa la bandiera sarebbero quindi 16.

Per la ricostruzione della bandiera, la nostra fonte specifica che sarebbe stata ricucita a Udine dalla signora Adele Luzzato moglie di Graziadio Luzzato e che un pezzo sarebbe rimasto nella cascina. Qui il racconto non è chiaro, anche perché parla di 17 pezzi ricuciti. Ma gli ufficiali e sottufficiali, l'abbiamo visto, erano 16, quindi, mancandone uno, diventano 15. Inoltre, non si capisce perché un pezzo della bandiera sarebbe dovuto rimanere nella cascina, quando dal momento in cui il vessillo fu lacerato a quando si arresero non ci furono più spari. Quindi due cose non sono chiare: il numero di pezzi in cui fu lacerata la bandiera e il motivo per il quale uno mancava.

Può sembrare che questi commenti altro non siano che esagerata pignoleria e che in effetti nulla cambiano nella sostanza dell'atto eroico che è al centro della nostra ricerca. E' vero in parte. La verità è che: innanzitutto quando ci si avventura verso una ricerca storica occorre, per quanto possibile, risalire alle fonti più vicine all'avvenimento; in secondo luogo, le stesse fonti, anche se primarie, vanno in un primo tempo analizzate per valutarne la attendibilità, quindi messe a confronto tra di loro perché la verità alla quale si giunge sia quanto più vicina ai fatti reali. Ora va tenuto presente il fatto che la fonte che abbiamo preso in esame fino a ora non è primaria, perché gli estensori non erano presenti ai fatti. Quindi se vi si trova qualche screpolatura non è cosa grave.