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| La bandiera di Oliosi | |
Quello che segue, in corsivo, è uno stralcio de "La cessione del Veneto, ricordi di un commissario regio militare" pubblicato nel 1890 dal generale Thaon di Revel. A questo faranno seguito alcuni commenti. Il giorno 24 giugno, il generale Cerale, Comandante la prima Divisione, si avanzava sulla strada che da Valeggio mena a Castelnuovo. La colonna procedeva in formazione di squadre su 4 righe. Precedeva un plotone di guide, poi una sezione d'Artiglieria, tre battaglioni del 43°, due del 44° ed una squadra di zappatori. Nessun fiancheggiatore, anzi il generale Cerale col generale Dho, Comandante la brigata Forlì e tutto il loro seguito precedevano la colonna, non badando al fuoco che andava crescendo sulla loro destra. Quando giunsero allo sbocco della strada a San Giorgio in Salice, uno stuolo d'Ulani irruppe da quella strada per caricare la colonna. I due Generali, sorpresi in tal modo ed esposti senza difesa, volsero indietro portandosi di galoppo verso la colonna, incalzati così da vicino dagli Ulani che il generale Dhò fu ferito d'un colpo di lancia. La sezione d'Artiglieria fece pure dietro front e si ritirò precipitosamente verso la Fanteria. Quel riversarsi di cavalli e carri in precipitosa ritirata fu causa naturale di scompiglio. La sicurezza primitiva di non incontrare il nemico si mutò in terrore panico, aumentato dai fuochi che la Fanteria austriaca avanzatasi presso le siepi della strada, faceva a bruciapelo contro il fianco dei nostri. Il primo battaglione del 44° che aveva seco la bandiera fu trascinato nella baraonda e si ritirò parte verso la cascina Valpezon, altra parte fra cui 10 uffiziali e 25 a 30 tra graduati e soldati, colla bandiera del reggimento, entrarono di forza in una cascina detta Fenile presso Alzarea, vicino al Tione, e vi si prepararono ad ostinata difesa. Il capitano Camillo Baroncelli, come più anziano, prese il comando. La difesa respinse i continui e rinforzati attacchi del nemico, né si lasciarono sgomentare i difensori dal riconoscersi ormai soli a combattere da quella parte, né ingannare dalle grida di Viva Italia proferti dagli Austriaci, onde credendo ad un soccorso aprissero al rinforzo. Per vincere sì forte resistenza il nemico ricorse all'incendio, e diè fuoco alla paglia, fieno ed altre stramaglie che stavano riposte in quantità nel sottotetto. In momento sì critico dimostrarono quei valorosi animo maggiore ancora che nel difendersi. Vista l'impossibilità non dirò solo di continuare la lotta, ma di rimanere in quegli ambienti soffocati dal fumo e fra breve fiammeggianti, decisero di salvar la bandiera prima di rendersi. Il drappo e le fascie staccate dall'asta si lacerarono in tanti pezzi, in modo che ogni ufficiale potesse portarne uno nascosto. La freccia ed il dardo non riducibili, né possibili a nascondere sotto il vestito, con sangue freddo mirabile, si pensa a nasconderle sotto il focolare. L'asta rotta a pezzi è gettata nel fuoco. Mentre operavasi questo salvataggio della bandiera, con ugual intrepidezza si continuava la difesa. Ciò ultimato, il tenente Aurelio Chiverni, che parlava tedesco, sale ad una finestra del primo piano, in mezzo al fumo, mette fuori un fazzoletto bianco alla punta della sciabola, e propone la resa, accettata subito dal nemico. Il drappello valoroso esce e depone le armi davanti al colonnello del reggimento Hohenlohe, barone Attemps: - Ma e gli altri? chiede l'Attemps. - Non crede alla risposta non esservi altri, manda a riconoscere ed accertato il fatto: - Bravi, dice loro, vi siete difesi da leoni. Condotti prigionieri in Austria seppero tener gelosamente segreto il loro deposito. Uno di essi morì ed il pezzo glorioso fu sepolto col corpo del prode. Tutto rimase ignoto. Destinato il 1° luglio al comando della prima Divisione nello ispezionare il 44° Reggimento fui sorpreso di non vedere la bandiera. Ne chiesi spiegazione al colonnello Zerega, il quale mi rispose quietamente che la bandiera era stata presa dal nemico. Fui amaramente colpito da tale risposta. Nessuno aveva mai parlato di tal cosa, né era stato enunciato dagli Austriaci pei quali sarebbe stato un glorioso trofeo. Pensai riunire gli ufficiali a rapporto, dissi loro che ero stato dolorosamente sorpreso nel vedere il reggimento senza bandiera, ma la cosa non essendosi divulgata, riusciva di somma importanza non lasciar sfuggire parola alcuna su tal perdita, poiché era ignorata pure dagli Austriaci. Che al primo fatto d'arme in cui il 44° si vedesse di fronte una bandiera nemica, doveva ad ogni costo impadronirsene per rimpiazzare gloriosamente la propria. Cosa incredibile, nessuno fece mai parola di un così importante incidente! Quando l'Austria aderì alla convenzione della Croce Rossa, i nostri medici militari furono restituiti dalla prigionia di guerra. Uno di essi venne da me e mi confidò quant'eragli stato narrato dagli ufficiali del 44° suoi compagni di prigionia riguardo alla sorte della bandiera. Raccomandai assoluto silenzio e fu osservato. Andato a Verona il 9 ottobre, il colonnello del Genio Garnieri mi presentò il signor Luigi Baroni, negoziante in Verona. Questi con tutta segretezza mi consegnò il dado e la freccia della bandiera del 44° ritrovati nel focolare dalla signora Rosa Faini, proprietaria della casa, e da lei gelosamente conservati per essere restituiti al militare italiano. Ringraziai come si doveva il signor Baroni e per di lui mezzo la signora Faini. Riferii confidenzialmente al Ministro della Guerra tutto l'incidente pregando di mandarmi un'asta per ricomporre a suo tempo la bandiera, e mi fu immediatamente mandata dal mio amico generale Luigi Incisa, Direttore generale al Ministero della Guerra. Dopo la pace, rientrati i prigionieri, gli ufficiali del 44° mi consegnarono i pezzi del drappo e delle fasce. Si ricucirono da tre valenti operaie alla continua presenza di due uffiziali del reggimento che si alternarono, presenti pure quando s'attaccò la freccia, il dado e la ricucita bandiera alla nuova asta, del che fu redatto processo verbale, unendovi la narrazione di quanto era accaduto riguardo alla bandiera. Il 25 ottobre feci schierare il reggimento in Piazza San Marco, mi presentai sulla fronte colla bandiera portata dal sottotenente anziano signor Giuseppe Libretti. Suonato il guardia voi, dissi ad alta voce, dell'immenso conforto che provavo nel riconsegnare al 44° Reggimento la bandiera intrisa del sangue di quel pugno d'eroi che la salvò. - "Manca un brano, e sta sul petto del prode estinto che lo salvò e lo ritiene seco nella tomba." - Un uragano di applausi dalla folla che ci circondava ed anche dalle file del reggimento coprì la mia voce già troppo commossa per poter continuare. Feci presentare le armi, baciai la bandiera e la consegnai al tenente colonnello Zaini, sostituito nel comando del reggimento al colonnello Zerega. Egli pure la baciò e la restituì al sottotenente Libretti. Quindi accompagnato da questa gloriosa insegna salvata dalle mani del nemico, passai su tutta la fronte del reggimento. Più d'un ciglio abbronzato di quegl'ufficiali e di quei soldati s'inumidì nel rivedere la propria bandiera. Fu uno degli episodi più commoventi della mia vita militare. Una Commissione composta dal Comandante del reggimento Zaini, tenente colonnello Menotti, maggiore Giovanni Battista Remolif, capitano Pier Felice Guagnini, tenente Rocco De Zerbi, sottotenente Giulio Zanella e Antonio Parolini venne il giorno dopo con un indirizzo per ringraziarmi: - "Mentre fra le cure diplomatiche V.S. operava onde presto coll'unione della provincia, già propugnacolo munitissimo dello straniero, sia rifatta quest'Italia, per secoli lacerata a brani, ma grande e libera di cuore sempre, Ella non ci dimenticava e ci restituiva la riunita bandiera nostra, la quale, come la patria cui rappresenta, stette lacerata a brani, ma libera sempre camminò fra gli stranieri, nascosta ma non mai vinta o macchiata!" Mi rassegnavano le carte di visita di tutti gli uffiziali, contristati nella loro esultanza dal dover partire dal mio comando, ond'io ricordassi il loro nome, ch'essi avrebbero sempre ricordato il mio, e dicendo: "Il pensiero non ha distanza, né la gratitudine si corrode dal tempo." Il tenente colonnello Zaini mi presentò le carte in una coppa di cristallo montata su piede d'argento. Ringraziai di tale dimostrazione oltremodo gradita. Lamentavo pur io la partenza del 44° augurandomi di averlo nuovamente sotto i miei ordini in caso di guerra. Ritirandosi la commissione, feci avvertito il colonnello che dimenticava la coppa, ma Zaini mi pregò di ben volerla ritenere e gradirla pelle parole che vi erano incise. Stava difatti scritto sul piedestallo d'argento: 44° Reggimento Fanteria - Al Generale di Revel - Ricordo - Venezia, 25 ottobre. Se mai mi presi qualche cura o preoccupazione per quella bandiera, ne fui ampiamente compensato. Il 44° Reggimento era stato ordinato di lasciar Venezia per andare negli Abbruzzi. Municipio, cittadini, i giornali, persino il Patriarca s'interessarono perché fosse lasciato a Venezia. Si declamò anche democraticamente, perché dovesse cedere il posto ai Granatieri. Ma il Ministero si giustificò di non poter aderire, perché ciò ostava alle norme generali pei cambi di reggimento. Vi fu ancora un articolo spiegativo in proposito sulla Gazzetta Ufficiale. Dovetti tenermi estraneo, essendo sciolta la Divisione, e cessata ogni mia ingerenza nel comando di Venezia. Si nota nel primo paragrafo come il generale Revel esprima velate perplessità sul modo di procedere della colonna della brigata Forlì: nessun fiancheggiatore scrive, infatti, e aggiunge la nota che i due generali procedevano in testa alla colonna. Questo, dal punto di vista militare, è un errore gravissimo: un comandante che si espone al fuoco nemico non fa un atto di eroismo, ma di incoscienza. La colonna, secondo la ricostruzione, arriva all'incrocio che oggi possiamo meglio definire come quello costituito dalle due strade Valeggio - Castelnuovo e Oliosi - Salionze. Nel racconto non risulta chiara la direzione di provenienza dei cavalleggeri, in realtà, da quanto si apprende dalle ricostruzioni ufficiali, lo squadrone di ulani carica la formazione lungo la strada Valeggio - Castelnuovo in direzione Valeggio. Nel paragrafo successivo è chiara la dinamica dello scontro: da nord (direzione Castelnuovo) provengono gli ulani e da est (direzione Oliosi) i colpi di fucileria austriaca. Sembra che l'attacco sia stato concordato a priori, in realtà lo squadrone non avrebbe dovuto caricare la formazione italiana ma solo fermarla. Andando avanti nella descrizione del generale Revel, sembra ancora una volta che i prodi siano fuggiti in direzione Oliosi. Ma come potrebbero se in quella direzione c'è il nemico? In realtà, nella ricostruzione del generale Pollio si parla di due attacchi successivi alle posizioni di Oliosi. Questo è più credibile in quanto l'iniziativa, prima del capitano Gamberini (comandante del 2° battaglione del 43°), poi del maggiore Aronni (comandante del 4° battaglione del 44°) tende a ricacciare indietro il nemico per evitare che la fanteria nemica possa decimare la formazione. Insomma, è chiaro che a seguito di un attacco frontale di cavalleria e un attacco di fianco della fanteria, visto che la carica si va esaurendo per la morte dei cavalieri, la reazione di chi ha iniziativa in quel momento si debba necessariamente rivolgere verso la fanteria. Per questo occorre occupare le alture di Oliosi. Il racconto del generale Revel, quindi, non si può dire che sia credibile o, quanto meno, supponendo la sua assoluta buona fede, si deve pensare che la fonte alla quale ha attinto per avere la descrizione dei fatti non abbia le idee chiare. Una obiezione potrebbe essere che la ricostruzione ufficiale tenda ad eroicizzare il comportamento dei militari. Ma a questa obiezione si deve necessariamente rispondere ancora una volta che se si vuole fuggire non si va verso il nemico, ma nella direzione opposta. Anche su quale sia il battaglione al quale appartiene l'alfiere, e quindi la bandiera, c'è una incertezza: infatti Revel sostiene che sia il primo, mentre la ricostruzione ufficiale dice che è il quarto. A dire il vero, è tradizione che la bandiera di guerra del reggimento sia custodita dal primo battaglione. In questa ottica, avrebbe ragione Revel. Per quanto riguarda la lacerazione della bandiera in tanti pezzi, il generale Revel dice che ne viene dato un pezzo a ogni ufficiale. Quindi i pezzi sarebbero dieci, il che contrasta con il numero che si legge nel racconto di Archinti che parla di sedici pezzi. Sulla freccia concordano tutte le versioni: viene sepolta sotto la cenere del camino. Sull'asta della bandiera, invece, la memoria storica della gente di Oliosi dice che viene nascosta nel camino, secondo Archinti viene nascosta sotto il focolaio, secondo Revel viene rotta a pezzi e gettata nel fuoco. La confusione è totale. In effetti, Revel nel prosieguo del racconto parla di recupero della freccia ma non dell'asta. Questa dovette quindi andare distrutta. I racconti concordano invece sulla frase che dice il colonnello Attemps, comandante del reggimento Hohenlohe, al quale gli italiani si devono arrendere: Bravi, vi siete difesi da leoni. Questo senz'altro non è frutto di fantasia: prima di tutto perché è confermato nei due racconti, in secondo luogo perché abbiamo già letto la testimonianza del colonnello austriaco Mathes von Bilabruk nel suo Studio tattico sulla battaglia di Custoza il quale, riferendosi al coraggio con il quale si difendono i soldati italiani, usa l'espressione: mit heroischer Ausdauer. Sul destino del brandello di bandiera mancante Revel è più preciso di Archinti quando dice che è stato sepolto col corpo del prode morto in prigionia. La versione è anche più credibile se si pensa che due possano essere stati i motivi per i quali il brandello è stato sepolto con chi lo custodiva: il primo, per evitare che nel recupero potessero essere scorti dagli austriaci rischiando così di essere costretti a svelare il segreto; il secondo, perché nessuno avrebbe osato privare quel prode dell'onore di essere sepolto con il brandello di bandiera che aveva contribuito a salvare, salvando così anche l'onore del reggimento. Dal momento in cui il racconto del generale Revel si fa in prima persona non si ha più alcun motivo per dubitare delle sue parole in quanto è testimone diretto dei fatti. E' significativo per comprendere lo spirito che animava i militari dell'epoca verificare come il generale, accortosi che il reggimento è senza bandiera, non fa storie e non nomina alcuna commissione inquirente. Ricorda solo agli ufficiali che, per riparare l'onta di avere perso la bandiera in guerra e sperare di averne una in sostituzione, dovranno necessariamente impadronirsi di una nemica in occasione di un futuro fatto d'arme. Il generale Revel in seguito viene a conoscenza della sorte della bandiera e, a conferma del racconto di un medico militare liberato dalla prigionia, riceve anche la freccia dal signor Baroni di Verona. Altri particolari ci dà Revel sul modo in cui è stata recuperata un'asta nuova dal Ministero della Guerra. Ora il racconto del Generale si discosta di molto da quello di Archinti e non possiamo fare a meno di credergli in quanto scrive di fatti che ha vissuto in prima persona. Dobbiamo quindi ritenere che i pezzi della bandiera siano consegnati a lui che li fa cucire da tre operaie alla continua presenza di ufficiali del reggimento. Parla addirittura di un verbale che sarebbe stato redatto, ma le ricerche svolte presso l'ufficio storico dello stato maggiore non hanno dato alcun risultato. Archinti si sarebbe dunque inventato tutto, quando con una certa precisione cita anche il nome della signora che ha ricucito i pezzi della bandiera? Avrà conosciuto i fatti dalla persona sbagliata? Il generale Revel ha voluto forse dare una versione più ufficiale del fatto pensando che quella di Archinti non sia da raccontare? Non siamo in grado di dare una risposta a questa domanda, purtroppo. Della cerimonia il Piazza San Marco ci sono alcune cose da notare. Il sottotenente anziano Giuseppe Libretti non è un vecchio ma solo il sottotenente più anziano nel grado tra tutti i sottotenenti del reggimento. La tradizione, infatti, ancora oggi vuole che l'alfiere sia: o il sottotenente più anziano, o il tenente più giovane. Quando Revel scrive suonato il guardia voi l'espressione guardia voi è la italianizzazione dell'ordine di Attenti! dato in lingua francese: Gardez vous! Segno questo che all'epoca gli ordini nell'esercito venivano dati in francese. Del resto, nella famiglia reale e in tutta la Torino nobile la lingua comune era il francese, che era anche la lingua ufficiale della diplomazia, sostituita oggi dall'inglese. |