La bandiera di Oliosi

Capitolo 6 - Conclusione


Quello che il lettore, con grande pazienza, ha appena terminato di leggere non è un libro di storia, né avrà mai la pretesa di esserlo. La storia è bene che la trattino e ne scrivano i professori, deputati al suo insegnamento. Lo scritto è soltanto il tentativo di accendere la luce nella soffitta dei nonni dove da tanto tempo si dice che vi siano conservati i loro ricordi ma nessuno è mai andato a curiosare e ci si è accontentati dei si dice.

Chiarito questo, e tenendo presente la volontà del Sindaco di Castelnuovo che desidera indirizzare il prodotto di questo studio prima di tutto ai giovani, è bene che a questi arrivi ancora una volta un messaggio importante: parlare e scrivere per sentito dire va bene per trasmettere le leggende; per conoscere o trasmettere la storia occorre risalire alle fonti, metterle a confronto e valutarne la veridicità e l'attendibilità. In questo consiste il tentativo fatto con la redazione di questo libro e la ricerca che l'ha preceduta. Sulla base di ciò, una ultima domanda è d'obbligo porsi al termine della ricerca: l'episodio della bandiera è accaduto davvero?

Non è questa una domanda che desidera scandalizzare il lettore, è solo un dubbio lecito di fronte al quale si deve porre chiunque affronti con vero spirito conoscitivo lo studio di un avvenimento. Molti episodi della storia e più in genere dell'informazione che viene rivolta al grande pubblico sono talvolta deformati o addirittura falsati per obbedire a esigenze d'immagine o, peggio, di propaganda. E' una fortuna per i cittadini di oggi che le moderne democrazie abbiano abolito il termine propaganda dal linguaggio della comunicazione, ma non possiamo essere sicuri che nel passato avvenisse lo stesso. Di fronte alla domanda, quindi, se l'episodio della bandiera sia veramente accaduto o sia solo il frutto del probabile spirito propagandistico di epopea risorgimentale non bisogna scandalizzarsi, ma solamente e serenamente esaminare i fatti e le fonti, metterli a confronto, fare ipotesi e trarre le conseguenze. Iniziamo con i fatti nudi e li riduciamo a quanto vi è di comune tra le fonti.

Alla battaglia di Custoza partecipa il 44° reggimento fanteria che, con il reggimento gemello 43°, è inquadrato nella brigata Forlì, a sua volta inquadrata nella 1^ divisione del 1° corpo d'armata. La brigata Forlì, superato il Mincio in corrispondenza del ponte di Monzambano, riceve l'ordine di andarsi ad attestare tra Peschiera e Pastrengo seguendo la direttrice costituita dalla rotabile Valeggio - Castelnuovo. Arrivato il grosso in corrispondenza dell'incrocio con la strada Oliosi - Salionze, la brigata viene caricata da uno squadrone di ulani austriaci. Dallo scompiglio che ne deriva, a seguito di fatti sui quali le fonti sono contrastanti, 38 militari si trovano ad occupare una cascina di Oliosi. Sottoposti a fuoco avversario, si difendono per circa due ore e sono costretti alla resa dal fuoco appiccato alla cascina.

Prima di arrendersi, i militari lacerano la bandiera in alcuni pezzi che nascondono sotto le uniformi. La freccia viene nascosta sotto il camino e viene in seguito ritrovata dalla signora Faini che la consegna al signor Baroni e questi al generale Revel. Terminata la prigionia dei militari italiani, la bandiera viene ricucita e riconsegnata al reggimento in una cerimonia che si svolge il 25 ottobre in Piazza San Marco a Venezia. Su questi fatti concordano tutte le fonti consultate. Questo è già un elemento importante per potere affermare che è verosimile che il fatto sia accaduto.

Altre informazioni abbiamo però dalle fonti che ci portano verso la risposta all'interrogativo che ci siamo posti. Su queste facciamo anche delle considerazioni. Lo studio fatto dal generale Alberto Pollio, storico rigoroso, sulla guerra di Custoza (Custoza 1866) riporta una citazione dello Studio tattico sulla battaglia di Custoza del colonnello Mathes von Bilabruk che scrive …mit heroischer Ausdauer riferendosi alla tenacia con la quale viene difesa la cascina dagli italiani. E' evidente che il colonnello von Bilabruck non ha nessun interesse a gonfiare un episodio di eroismo della controparte per sottostare a esigenze di propaganda italiane.

Peraltro, si potrebbe ipotizzare che la bandiera, invece di essere lacerata e conservata dagli italiani, sia invece caduta in mano nemica. Ma in questo caso, trattandosi di un trofeo di guerra estremamente significativo, comparirebbe di certo nelle cronache austriache. Invece non se ne trova traccia. La bandiera in quel momento scompare da tutte le cronache: quelle italiane compilate sul momento la danno persa e quelle austriache non la citano.

Un'altra considerazione va fatta sulla ricompensa concessa ai valorosi: una medaglia d'argento al capitano Baroncelli e una menzione onorevole agli altri. Senz'altro, un regime che desideri gonfiare dal punto di vista propagandistico l'episodio concederebbe almeno una medaglia d'oro e una manciata di medaglie d'argento. Perfino Cenni e Archinti, nella loro ponderosa opera sulla battaglia di Custoza - già citata - si dolgono del fatto che le ricompense non siano all'altezza della eroicità del fatto.

Ora, quindi, la conclusione è una sola: l'atto di eroismo è accaduto e la propaganda non è intervenuta per gonfiarlo, anzi, se proprio si deve fare una considerazione a tale proposito, si può dire che gli alti comandi militari non lo abbiano assolutamente enfatizzato. La severità con la quale abbiamo rivolto a noi stessi l'ultima domanda era d'obbligo e siamo contenti di essercela posta. Possiamo così continuare a rivolgerci alla casa della bandiera di Oliosi con lo stesso animo con il quale si sono rivolte le generazioni che ci hanno preceduti e lasciare che c'insegni ancora oggi il significato della parola Patria.