Prosa

Quarant’anni di patente, quarant’anni di amori

Giovanni Bernardi, 2008

Li compio a settembre 2008 i miei quarant’anni di patente. La data non la ricordo, forse il 14, ma non ne sono sicuro. E’ perché nel 1989 convertii la patente militare in civile (che divenne: A, B, C, D, E) e la data della prima concessione scomparve. La mia passione per le automobili, però, risale a quando sono nato. Mamma mi racconta che quando il nonno mi riportò a Sabaudia da Napoli, dove mamma era andata a partorire a casa dei genitori, avevo 40 giorni e nella Topolino (Fiat 500C) del nonno rimasi sveglio per tutto il viaggio. Fantasie di mamma, è chiaro, ma così nascono anche le leggende.

Il primo vero contatto con l’auto lo ebbi in Turchia nel 1956. Mio padre era stato trasferito al comando Nato di Izmir (Smirne) e il parco automobilistico era costituito per lo più da auto americane. Ce n’erano di tutti i tipi. Da quelle degli anni Quaranta con forme arrotondate a quelle più recenti anni Cinquanta con le pinne in corrispondenza dei gruppi ottici posteriori. Avevano tutte il cambio automatico e ascoltare il suono del motore per me era una musica. Le riconoscevo tutte. Cadillac, Dodge, Chevrolet, Ford e tante altre.

La prima volta che guidai fu nel 1966. Mio padre possedeva una Alfa Romeo Giulia 1300 e nell’immenso piazzale della Scuola di artiglieria contraerei di Sabaudia (dove lui stava facendo il periodo di comando) mi mise al volante e disse: "Guida". Avevo sedici anni e per me fu una felicità indescrivibile. Mi riprese una sola volta, quando per girare a destra in un vialetto allargai un po’ la curva. Il mio intento era di non prendere il marciapiede, ma lui mi disse che la manovra poteva essere pericolosa.

Dopo la Maturità (1968) il regalo fu la patente. Ad agosto andavo a lezione e, poiché ero libero di mattina, l’istruttore mi faceva guidare per Roma facendo coincidere le commissioni che doveva fare con le mie lezioni. Feci quindi molte più ore di quelle previste, ma a lui andava bene così. E a me pure. All’esame, a settembre, l’esaminatore era stato di mattina alla Scuola guida dove faceva l’esame anche la mia amica Simonetta: tutti bocciati. Da noi venne il pomeriggio. Promossi: io e un altro. Su una ottantina di persone, due promossi.

A ottobre dello stesso anno partii per l’Accademia: ero stato ammesso tra i frequentatori del 150° corso (1968-70). A dicembre rientrai per la licenza natalizia. Ricordo che per andare a far firmare la licenza al Distretto militare impiegai due ore e mezza per attraversare Piazza dei Cinquecento. E poi dicono il traffico oggi. Era tutto bloccato. Io guidavo l’Alfa di mio padre e mamma era al mio fianco.

Trasferito a Torino alla Scuola di applicazione di artiglieria, il 21 novembre 1970 compivo 21 anni. Non vedevo l’ora. Andai da un venditore di automobili e comprai una Fiat Cinquecento L. Mi accompagnò il compagno di corso Natale, che mandai a prendere le cambiali (le prime e ultime della mia vita) che servivano per pagare l’automobile. Dodici rate da 25.000 lire. Di stipendio ne prendevo 120.000 e di camera ammobiliata ne pagavo 22.500. Si può capire il sacrificio.

Ma ero felice. Penso di avere una caratteristica: la felicità misurata. Voglio dire che, se possedere un oggetto mi rende felice, la felicità che mi dà è il risultato della frazione ‘felicità in valore assoluto’ diviso il prezzo che pago. E’ un mio modo di mettere in relazione la felicità del possesso con il denaro necessario al conseguimento della felicità. Se avessi acquistato un’Alfa, sarebbe stato bellissimo, ma sarei stato meno felice, perché costava molto di più. Infatti, un mio compagno di corso comprò una Giulia Super e fu infelice: la vendette dopo poco tempo.

La Cinquecento era il mio mondo. La sera uscivo senza meta e andavo in giro per il centro di Torino, solo per il piacere di guidare e di sentirmi al volante. Le comprai dei copriruota simili a ruote in lega, una leva del cambio in legno e una marmitta speciale. Faceva un casino che metà bastava. Infatti una volta presi anche una multa da un vigile che mi inseguì in bicicletta, anche perché andavo contro mano (due multe in una). Poi la smania di cambiare macchina. Vidi e comprai una Innocenti Spider di sette anni, ma era uno scassone con mille problemi e dovetti rivenderla. Ricomprai allora un’altra Cinquecento. Nel frattempo, però, mio padre, saputo che non ero soddisfatto della macchina, aveva comprato un’altra Cinquecento pensando di darla a me.

RomaK49653. Ricordo ancora il numero di targa della Cinquecento gialla: 49 (1949), il mio anno di nascita; 6 (1960), l’anno di nascita di mia sorella; 53 (1953), l’anno di nascita di mio fratello. La vendetti dopo dodici anni nel 1984; aveva 130.000 chilometri e andava ancora come una scheggia. La frizione l’avevo cambiata a 100.000 chilometri, e per essere una frizione di una Cinquecento è tutto dire.

Quando mi sposai nel 1974, mio suocero volle regalarci una macchina, che intestò alla figlia. Era una Fiat 128 coupé. Una sportiva che aveva poco di sportivo, soprattutto per me che negli anni precedenti avevo guidato l’Alfa Romeo GT Junior 1300 di mio padre. Quella sì che era una sportiva. Ci facevo dei numeri che oggi sarebbero considerate pazzie. Splendide curve in controsterzo che la macchina gradiva in modo mirabile. Accelerazioni fantastiche. Sorpassi mozzafiato.

La 128 la vendetti quando ero a Modena e nel 1981 comprai una Audi 80. Bella macchina, molto ben rifinita e comoda. Era lenta, ma consumava poco. Non dava emozioni, ma non dava nemmeno problemi. La vendetti quando ebbi gravi problemi matrimoniali e comperai due Citroen Visa, una per me e una per mia moglie. La mia Visa (una splendida utilitaria) non durò molto e nel 1984 presi una Alfa Romeo Giulietta 1800: una bestia. Aveva un’accelerazione e una tenuta di strada ineguagliabili. Dal punto di vista tenuta di strada, è la più bella macchina che abbia mai posseduto.

Una volta rientravo a Modena da Roma. Andavo piano. Superata Firenze, all’inizio dell’appennino mi superano una BMW 520 con il solo pilota e una Mercedes 500 con quattro persone a bordo. Sembravano ingarellate. Non seppi resistere e mi accodai. Andavano forte ma in modo prudente. La Mercedes la superai ben presto e mi misi a inseguire la BMW. Dall’altra parte del passo (726m slm) era piovuto. La BMW (nota per soffrire il bagnato) si mise subito a destra. La superai di slancio e me ne andai. Ma all’area di servizio Cantagallo dovetti fermarmi per fare benzina. Con quella che avevo a Firenze sarei arrivato a Modena senza problemi, ma la ‘garetta’ mi era costata. L’Alfa era generosa nelle prestazioni e altrettanto generosa nei consumi. Con quella macchina una volta feci Roma-Modena (410 chilometri) in due ore e cinquanta minuti.

Nel 1985 presi una Ford Escort 1100. Macchina onesta. Consumava poco, ma era lenta. Spaziosa quanto basta e anche fresca d’estate. Una bella macchina tutto sommato, e con un grande bagagliaio. Ma la passione Alfa non si dimentica. Dopo poco comprai una Alfa Romeo Giulietta 1600 color panna. Bella, bellissima. Più lenta della 1800, ma con una tenuta di strada uguale. Le Giulietta che ho avuto non sono mai riuscito a farle sbandare. Sembrava che stessero su due binari. Inchiodate a terra anche con la pioggia.

Intanto mi venne voglia di un giocattolo. Mi disse una volta un amico: “The only difference between adults and boys is the price of their toys” (la sola differenza tra adulti e ragazzi è il prezzo dei loro giocattoli). Il mio giocattolo fu una moto: una Yamaha XJ650, quattro cilindri fronte marcia, radiatorino dell’olio e trasmissione a cardano. Bellissima! Ci feci anche Modena-Scalea (Calabria) con quella moto, con una breve sosta a Napoli da mia zia. Conservo ancora le foto della bellissima, con mia figlia con me. In precedenza avevo avuto un motorino, con il quale accompagnavo mia figlia alla scuola elementare e poi andavo in ufficio, ma era pericoloso: meglio la moto.

Nel 1989 fui trasferito a Shape in Belgio e, in virtù delle particolari condizioni che ci venivano offerte, comprai una Croma. Per me, tenuto conto di tutto, è la migliore macchina che abbia mai posseduto. Spaziosa, molto spaziosa, consumava poco, silenziosa, confortevole, affidabile. Una macchina splendida. Peccato che la Fiat l’abbia ‘uccisa’ dopo qualche anno. Da Shape a Parma feci perfino 21 ore al volante di quella macchina. Non posso dire che arrivai fresco come una rosa, ma non ero affranto, come si pensa si dovrebbe essere dopo 21 ore al volante.

Intanto, il primo giocattolo lo avevo venduto per comprare una moto BMW K75, 750 di cilindrata, 75 cavalli, motore piatto, doppio ABS e trasmissione a cardano, anche questa. Era una morbidona, confrontata con altre moto, ma da zero a cento impiegava 4,6 secondi. Si può capire quale sia la differenza tra auto e moto. Era confortevole e come niente mi trovavo a 160 in autostrada. Arrivai a 190 una sola volta (la velocità massima era 210, ma me ne guardai bene dal raggiungerla). Morbidona anche nelle curve ad alta velocità, infatti bisognava stare attenti.

La Croma la vendetti quando aveva sette anni. Chi la comprò se ne ricorda ancora. Presi una Saab 9000 CD turbo, una macchina inguidabile se si cerca di ottenerne le massime prestazioni. I cavalli (185) sulle ruote anteriori sono poco gestibili. Meglio andare piano. Eh sì, quando si vuole stare in strada, meglio comprare italiano. Comunque, la tenni sette anni. Fino a quando comprai la Splendida.

Nel 1995 comprai una Porsche 924 del 1984, una linea bellissima, una delle più belle che siano state mai disegnate, ma con qualche problema di tenuta di strada. Oltretutto, era schifata dai porschisti veri, quelli che concepivano solo il motore posteriore. Infatti, la 924 aveva il motore anteriore di derivazione Audi. Era un tentativo di Porsche di cambiare modello, ma fu una delusione per tutti. Eppure era bellissima. La vendetti nel 2002 che aveva 18 anni a un funzionario della PS che venne a prendersela da Gorizia.

Nel 2002 mi innamorai di una Jaguar XJ Executive 8v 3200. Aveva quattro anni (e qui ritorna il concetto di piacere-costo: la comprai a un terzo del valore da nuova). Otto cilindri e 3200 di cilindrata. Cinque metri di macchina, tutta radica e pelle. Un salotto viaggiante. Era splendida. Quello che più mi convinse a prenderla fu l’espressione di mia moglie: "Ma è nuova o usata?". Infatti sembrava nuova.

Ma la sua vita fu breve. La sera del 18 gennaio 2005 se ne andò in testa-coda sulla neve in autostrada Milano-Verona all’altezza di Brescia. Il bacio col guard-rail in cemento armato fu determinante. Feci 360 gradi e mi rimisi in direzione di marcia. Fermai la macchina. Constatai i danni e rientrai a Verona. Ma quando feci fare il preventivo era superiore al valore commerciale della macchina. La detti via e presi una specie di camioncino col quale vado in giro ora: una Rav 4 Sol a gasolio e a quattro ruote motrici. Non si sa mai…