Prosa

Cittadino del mondo

Giovanni Bernardi, 2003

Sono nato a Napoli il 21 novembre del 1949. All'epoca le donne non partorivano all'ospedale ma in casa assistite dalla levatrice, una specie di infermiera che aiutava la partoriente. Mio padre era capitano di artiglieria e faceva servizio alla Scuola artiglieria controaerei di Sabaudia (nome che deriva dalla dinastia regnante in Italia, quella Sabauda), una cittadina fondata durante il regime fascista dopo i grandi lavori della bonifica dell'Agro Pontino, area paludosa nella quale la malaria mieteva centinaia di vittime ogni anno. A seguito di quella grande opera di bonifica la malaria fu eradicata da quell'area e da tutta l'Italia. Fu fondata anche un'altra città e divenne capoluogo di provincia: Littoria (nome che deriva dal Fascio Littorio, simbolo della romanità e diventato simbolo del fascismo). Dopo la guerra mondiale a Littoria fu cambiato il nome e diventò Latina.

Mia mamma, Giacinta, per partorire decise di andare dalla sua mamma a Napoli. Così io nacqui nella casa dei nonni, che era in un antico palazzo del secolo XVII, in Vico Rosario di Palazzo al numero civico 25. Il quartiere è San Ferdinando e appartiene a una zona di Napoli chiamata Quartieri Spagnoli, perché ospitarono le truppe spagnole e le famiglie quando Carlo III di Borbone (figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, 1716-1788) diventò re di Napoli (1734). Le ricerche di mio padre fanno risalire a quell'epoca il trasferimento da Parma del primo Bernardi di Napoli, medico alla corte di Carlo III. Questo Bernardi proveniva da Parma, dove faceva servizio alla corte dello stesso Carlo, il quale aveva ereditato il Ducato per parte di madre e lo dovette cedere all'Austria quando divenne Re di Napoli. Il Regno di Napoli lo conquistò a seguito di una guerra di successione. Nel palazzo dove sono nato, i Borbone collocarono la Reale Stamperia. Quando nacqui la stamperia non c'era più ma il palazzo continuava - e continua ancora oggi - a essere chiamato "O Palazzo 'a stamperia".

Per lungo tempo i miei antenati hanno abitato al numero 14 del Largo di Palazzo. Il Palazzo al quale il nome del Largo si riferisce è quello Reale. Il Largo cambiò nome quando il Regno di Napoli fu conquistato - a seguito della impresa di Giuseppe Garibaldi - e un plebiscito decretò l'annessione al Regno di Sardegna. Nel 1861 Vittorio Emanuele II proclamò la costituzione del Regno d'Italia e da allora quel Largo si chiama Piazza Plebiscito. Il Palazzo al quale corrisponde il numero 14 non è quello Reale ma quello del Principe di Salerno, il Principe ereditario. Ancora oggi è chiamato Palazzo Salerno. Con l'avvento del Regno d'Italia al Palazzo fu cambiata la destinazione e divenne un comando militare (ancora oggi lo è); i miei antenati Bernardi si trasferirono prima ai Gradoni di Chiaia e poi al Palazzo Stamperia, dal quale nel frattempo la stamperia era stata rimossa.

Quaranta giorni dopo la mia nascita il nonno Romolo riaccompagnò me e mia madre a Sabaudia. Mamma dice che non chiusi occhio un attimo e probabilmente iniziò allora la mia passione per le automobili. Il nonno Romolo Solaro è praticamente l'unico nonno che ho avuto. La moglie, Filomena Busi, morì quando avevo quattro anni. Il nonno Giovanni Bernardi, padre di mio padre, era morto durante la guerra nel 1943; la moglie, Carmela Perrotta, era morta nel 1922, quando mio padre aveva appena nove anni, suo fratello Luigi otto e la sorella Maria Consiglia sei.

Il nonno Romolo era nato a Taverna, una cittadina in provincia di Catanzaro (Calabria) da Gennaro Solaro (un sottufficiale dei Carabinieri originario del Piemonte) e Giacinta Poerio Piterà, di famiglia nobile ma segretamente contraria ai Borbone e favorevoli alla unità d'Italia. Quando si innamorarono e decisero di sposarsi fu quasi uno scandalo: la figlia di famiglia nobile che sposava un sottufficiale dei Carabinieri era cosa malvista dai genitori della ragazza. Il padre della ragazza si chiamava Ignazio Poerio Piterà ed era comandante della Guardia Nazionale di Taverna; aveva quindi il rango di Ufficiale. Era fratello di Carlo e Alessandro, due eroi del Risorgimento ricordati in vari musei italiani per le loro gesta eroiche. La madre della ragazza era Anna Cirillo, discendente di quel Domenico Cirillo protagonista nel 1799 di una rivoluzione a Napoli che diede luogo alla Repubblica Napoletana. L'intervento degli inglesi, intervenuti a favore dei Borbone, fece durare poco la Repubblica. Per dare una lezione ai ribelli repubblicani, Domenico Cirillo fu impiccato all'albero maestro della nave dell'ammiraglio Nelson.

Sia la famiglia Bernardi sia la famiglia Solaro abitavano nel Palazzo Stamperia. Mio padre (del 1913) e mia madre (del 1921) si conoscevano quindi da bambini. Mio padre era amico e quasi coetaneo del fratello di mamma, Aldo (1914). In quel Palazzo erano nati; in quel Palazzo sono nato io, è nato mio fratello Romolo (1953), è nata mia sorella Maria del Carmelo, detta Marica (1960). Nella Chiesa parrocchiale del Rosario furono battezzati i miei genitori e noi tre figli. Nella stessa Chiesa i miei genitori si sposarono. Ma io non ho quasi mai vissuto a Napoli. Dopo i primi sei anni vissuti a Sabaudia, mio padre fu trasferito a Izmir in Turchia (in italiano Smirne). Era l'anno 1956. Nel mese di agosto del 1960 rimpatriammo e mio padre fu assegnato a Napoli ma nel dicembre 1961 fu ancora trasferito, questa volta a Roma, allo Stato Maggiore della Difesa.

La mia lingua madre è l'Italiano. Non è strano dirlo perché in Italia per gran parte dei cittadini la lingua madre è il dialetto locale. A Verona - per esempio - anche famiglie di professionisti e di professori universitari in casa parlano il dialetto veronese. Così - in pratica - ogni Italiano è bilingue. Io, invece di affrontare il napoletano come seconda lingua, a sei anni ho dovuto avere a che fare con l'inglese, il francese e il turco. Al napoletano sono arrivato quando avevo trent'anni. Nel frattempo, dopo l'adolescenza trascorsa a Roma, nel 1968 ero andato a Modena all'Accademia Militare; nel 1970 a Torino alla Scuola di Applicazione; nel 1973 a Novara, mia prima assegnazione con il grado di tenente; nel 1977, promosso capitano, a Civitavecchia; nel 1980 ancora a Modena per comandare una compagnia di allievi dell'Accademia. Nel 1979 era nata Maria Vittoria.

Non mi fu difficile fare nuove amicizie. Quando parlavo con questi nuovi amici di tanto in tanto capitava che dicevano: "Ho incontrato il Tal dei Tali, mio compagno di scuola alle elementari". Io le elementari le avevo fatte un po' a Sabaudia, un po' a Smirne, un po' a Napoli. Le medie un po' a Napoli e un po' a Roma. Dei miei compagni di classe ricordavo solo quelli del liceo. Sentivo un vuoto. Avevo bisogno di ritrovare le mie radici. Le cercai e le scoprii a Napoli, nella casa del nonno, nel Palazzo Stamperia. La passione per la musica mi aiutò molto a legarmi alla mia città natale. Ripresi le canzoni napoletane e ne studiai e imparai tantissime. Oggi mi piace dire di me che sono "Il più grande cantante di canzoni napoletane - sconosciuto - al mondo". Così imparai il napoletano. Naturalmente, se cerco di parlarlo lo faccio con accento italiano.

Parlo di solito in italiano senza accento. Se mi lascio andare uso espressioni romanesche, quelle che acquisii durante l'adolescenza trascorsa a Roma. Ma l'avere vissuto tutta la giovinezza a casa con i miei genitori, che spesso si lasciavano andare al napoletano puro, ha lasciato nel mio modo di parlare un sottofondo che un orecchio allenato riconosce provenire da Napoli. Non mi dispiace, anzi: il napoletano ha una musicalità che poche lingue possiedono. Sembra veramente una melodia, anche quando si dicono solo dei numeri di telefono. Così alcune vocali le chiudo o le apro in modo diverso da come fa un bolognese o un milanese. Quando pronuncio l'aggettivo "buono" - per esempio - si sente che l'accento tende a spostarsi sulla lettera "u" e che la "o" è chiusa.

E dissi proprio questo aggettivo una volta che parlavo con gli amici modenesi che abitavano al piano di sopra e avevano un figlio che andava a scuola nella stessa classe di Maria Vittoria. Lei, la moglie, scoppiò a ridere fragorosamente. Sulle prime non capii. Poi lei, continuando a ridere, mi disse che il mio modo di pronunciare "buono" era buffissimo, e che lo pronunciavo male, e che il mio era un accento meridionale... e mentre parlava così, rideva e mi rifaceva il verso pronunciando "buono" come lo pronunciavo io. In quel momento mi accadde di avere una specie di Flash Back, come quelli che si vedono al cinema quando il regista, per fare capire meglio allo spettatore i sentimenti dell'attore, inserisce alcune immagini di un evento passato.

Ricordai Smirne, i miei amici e tutte le persone che frequentavo: cristiani cattolici, musulmani, ebrei, cristiani ortodossi; e le lingue che parlavano con la massima disinvoltura e ognuno con il proprio accento: turco, greco, italiano, inglese inglese, inglese americano, francese, tedesco, arabo, ebraico. Una miscela di razze, di usi, di costumi, di lingue. Mentre l'amica si contorceva sulla poltrona dalle risate, sorrisi ed ebbi compassione di lei. La guardai con espressione di commiserazione e pensai che era solo una provinciale che parlava solo una lingua e aveva conosciuto nella sua vita un solo modo di parlare. I miei amici di Modena, quando passeggiano per la strada, incontrano i compagni delle elementari e vivono lì dove sono le loro radici. Io le mie radici le ho lontane e quando passeggio per Verona non incontro nessun compagno di classe. Quelli che avevo da piccolo parlavano lingue diverse, con accenti diversi e quando si rivolgevano a Dio lo facevano in modo diverso. Ecco perché oggi mi considero napoletano sì, ma cittadino del mondo.