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| Prosa | |
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Ho quattro cervelli. Ma non sono io che me li sono attribuiti. E' stata zia Caterina. Come, chi è zia Caterina! Zia Caterina era una sorella di nonna Filomena (mamma di mia mamma). Erano sei le figlie di Antonio Busi e Antonietta Matera. Lui di Cento, in provincia di Ferrara; lei napoletana. Vivevano a Napoli al Palazzo Stamperia. Zia Caterina e la nonna Filomena erano due di sei sorelle.
Forse perché era vero, forse semplicemente perché ero il primo nipote, quando ero piccolo zia Caterina notava in me una particolare intelligenza, fino a quando un giorno se ne uscì con l'espressione: "Stu guaglione tene quatte cervelle". Mia mamma non aspettava altro e per il teorema dello scarrafone (ogne scarrafone è bello 'a mamma soja) sposò in pieno questa specie di teoria empirica sulla mia intelligenza. Da allora - quindi - ogni volta che facevo o dicevo qualche cosa che lei giudicava particolarmente intelligente (facile per una mamma) ripeteva: "Ha ragione zia Caterina: hai quattro cervelli". A furia di sentirmelo dire, anch'io un giorno me ne convinsi. Fu a causa del teorema del vitel tonné. Occorre che lo spieghi. Come si fa a fare il vitel tonné? Si prende un vitello, lo si porta in riva al mare, lo si fa entrare con le zampe nell'acqua e gli si dice: "Tu sei un tonno". Naturalmente il vitello sulle prime risponde: "Muuu!" facendo capire che non è d'accordo. Insistendo con tenacia, dopo un po' ci si accorge che il vitello comincia a perdere sicurezza in sé e i suoi Muuu non sono più tanto vigorosi come i primi, fino a quando si convince di essere un tonno e comincia a nuotare. Anche con la brigata bersaglieri Garibaldi fu applicato il teorema del vitel tonné. Era di stanza a Pordenone e un giorno lo stato maggiore dell'Esercito decise che doveva essere trasferita a Caserta. Lì c'era la Scuola delle truppe meccanizzate e corazzate, con personale che aveva caratteristiche più napoletane che bersaglieresche (capisci-a-mmé!). Fu trasferito il comandante, qualche ufficiale scapolo, gli ufficiali di complemento e ai residenti casertani, che non avevano trovato la via di fuga, dissero: "Voi siete bersaglieri". "A chi!" risposero, così come avrebbe fatto Totò. Qualcuno si dette malato; altri fecero trasferire a enti territoriali; altri se ne andarono in pensione approfittando di scivoli, finestre e cause di servizio; i rimanenti, per il teorema del vitel tonné si convinsero piano piano che erano diventati bersaglieri. Naturalmente questa storia non è vera, ma è così che si è creata nella mia mente. Non credo però che sia molto distante dalla realtà. Così, come accadde per i bersaglieri napoletani, anch'io un giorno mi convinsi di avere quattro cervelli. Quel giorno però constatai che non potevo lasciarli liberi di operare così come avrebbero voluto loro. Si sarebbe verificata una confusione terribile. Uno avrebbe cominciato a trattare un problema, del quale in seguito si sarebbe potuto appropriare un altro. Sarebbero sorti litigi, questioni di competenza, disordine. Per ognuno decisi quindi una destinazione. Il primo lo dedicai alle relazioni umane. E' in pratica quello che mi serve per vivere la vita di tutti i giorni; quello che accetta ciò che gli dicono come se fosse vero e che si comporta di conseguenza, con la solita dotazione di maschere intercambiabili che hanno tutti gli altri esseri umani e che vengono sostituite a seconda dell'ambiente in cui ci si trova. Il secondo è quello razionale, matematico; quello che gioca con le equazioni, le derivate, gli integrali; che si esprime in termini logici, cartesiani; quello per il quale l'automobile è un mezzo di trasporto che serve per andare dal punto A al punto B e in autostrada impone la velocità massima di 130 chilometri all'ora; quello per il quale la felicità è dovuta alla produzione di endorfine. Il terzo è quello della fantasia; quello a mezzo del quale si esprime la poesia, la canzone, l'arte; quello che mi consente di innamorarmi almeno una volta al giorno di una persona, di una cosa, di una idea; quello che mi ha fatto perfino stare male contemplando i Bronzi di Riace nel museo nazionale di Reggio Calabria; ma che mi consente di volare con la fantasia e di giocare con i pensieri. Il quarto è quello delle stronzate; di quelle che si dicono quando si è tra amici e non si ha paura di essere giudicati; e quando si dicono, ad alcuni viene voglia di picchiarti per quanto sono stupide, anche se talvolta fanno ridere; è una liberazione, una valvola di sfogo; basta aprirla e ci si libera di una tensione, di una preoccupazione, anche solo di quella che ti obbliga a indossare una certa maschera in una certa situazione; quello che per un attimo ti consente di liberarti della maschera. Devo dire francamente che, una volta stabiliti i ruoli, ho eliminato il rischio di conflitti interni. So quando sono in relazioni; so quando ragiono; so quando faccio il poeta. Il quarto è come un jolly che si prende degli spazi ora qui ora là a seconda della situazione e - senza disturbare eccessivamente - interviene per scaricare la tensione. Un giorno, dopo tanto tempo che disponevo dei miei quattro cervelli, ognuno con la sua specifica destinazione d'uso, sentii come un bussare alla porta. Quando aprii, mi accorsi che era il quinto cervello: quello della follia. Parlammo un po' e, dopo una mia iniziale resistenza, mi convinse della necessità di trovare una collocazione anche per lui. Lo spazio è occupato - o almeno mi sembra - quasi tutto. Convincere gli altri quattro non è facile, ora che ognuno dispone del suo spazio vitale e non ci vuole rinunciare. Qualcosa però mi convince della indispensabilità del quinto. Non tanto per diventare pazzo, quanto per essere riconosciuto pazzo. Solo allora - infatti - solo quando sarò riconosciuto pazzo potrò dire e fare veramente quello che voglio. Non si scandalizzerà più nessuno delle parole che dico, di quelle che scrivo. Nessuno più troverà i miei atti irriverenti nei confronti dei modelli imposti dalla società. Nessuno mi verrà più a consigliare, a sgridare, ad ammonire. Nessuno verrà più a riferirmi quello che gli altri dicono di me, perché gli altri potranno solo dire: "Che vuoi, è pazzo". E allora - forse - vedrò la libertà. |