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| Prosa | |
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La famiglia sentitamente ringrazia… …vivamente… …con profonda commozione…
No, non sono capace. Sono tanto bravo a scrivere festosi bigliettini di auguri per compleanni, nascite, matrimoni, ma questi non mi vengono. Le parole, del resto, sarebbero totalmente inadeguate allo spessore di quei telegrammi, lettere, biglietti, telefonate ricevuti, dentro i quali, al di là delle composte parole di cordoglio, ho letto pagine e pagine di sentimenti che in quel momento i miei amici desideravano farmi pervenire.
Ma si sa, noi che siamo stati educati in un certo modo sappiamo misurare i sentimenti e le parole che li esprimono e il più delle volte sappiamo far valere una parola, un cenno, uno sguardo molto di più di un'intera enciclopedia. Anche babbo appartiene a questa razza. Ma lui ha dovuto abituarsi presto a questo modo di vivere. La madre persa quando aveva nove anni e il padre severo che per rimproverarlo gli dava il voi non gli dettero il tempo per abbandonarsi a sentimenti da femminuccia. Pazzo sfegatato lo considerarono quando, sfidando il fuoco di sbarramento nemico, lo attraversò con la sua batteria d'artiglieria per andare a occupare una nuova posizione dalla quale poter battere lo schieramento avversario. "Allora, Bernardi, com'è andata?" "Tutti sani e salvi, signor colonnello." "Peccato, se avessi avuto qualche morto ti avrei potuto proporre per una medaglia". Una pugnalata in petto non avrebbe potuto fargli più male. Non era più quel pazzo sfegatato quando sabato dieci giugno, alla fine della terza nottata che trascorrevo con lui, mi trovai ad aiutarlo a prendere la colazione del mattino: caffellatte e fette biscottate sbriciolate dentro. Pensai che quello che stavo facendo era l'ultima cosa che mi sarei mai potuto immaginare di fare in vita, anche se avessi sfrenato la fantasia: imboccare mio padre. Lui avvertì il mio disagio forse e, com'era suo costume quando si trattava di sentimenti, anche quella volta fu di poche parole e mi disse: "Scusami". Domenica quattro giugno l'ambulanza era arrivata cinque minuti dopo la telefonata di mio fratello Romolo; il tragitto da casa all'Agostino Gemelli lo aveva percorso in dodici minuti. Al pronto soccorso si accorsero dell'arresto cardiaco. Al reparto rianimazione lo riportarono in vita. Quando riprese la piena facoltà della mente sembrò che volesse raccogliersi in meditazione più di quanto avesse l'abitudine di fare prima. Di quei pochi minuti di non-vita trascorsi, appena ne fece un cenno: "Come si può odiare la madre? Io volevo andare e lei mi diceva che dovevo restare ancora!" Non mi meraviglio che abbia incontrato la mamma. Non mi meraviglio perché so che il "dopo" esiste. E lui lo aveva vissuto per qualche attimo, quanto bastava per rendersene conto. Perciò, dopo quell'esperienza, voleva veramente andarsene. Lo fece capire anche a mamma, simulando con l'indice e il medio una forbice per tagliare tutti quei fili che lo tenevano ancora attaccato alla vita. Ma ha avuto pazienza. Mi ha aspettato per potermi dire addio. Sono grato a mio padre per avermi concesso di trascorrere del tempo con Adriana e con i miei amici in riva al mare. Sono grato a mio padre per avermi concesso di trascorrere l'ultima sua notte con lui. Gli sono grato perfino di questa malinconia che mi accompagna ora la notte e il giorno. Addio babbo, ti salutano con me anche tutti i miei amici ai quali indirizzo queste parole. Vorrei augurarti, come si fa di solito, di riposare in pace. Ma sappi che quando avrò bisogno di te ti chiamerò. E pretenderò che tu ci sia.
Gianni
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