Ha! Ha! Ha! La solita barzelletta sui carabinieri, raccontata da Aldo, aveva fatto scoppiare la risata degli amici al tavolo del ristorante. (Quando si sta con gli amici, quelli veri, tutto diventa più facile. Chiacchierare, ridere, imbroccare la posata giusta, versare il vino proprio nel bicchiere del vino...)
"Adesso ve ne racconto una sulle donne".
Il più mattacchione dei quattro, quello che non si era voluto mai sposare, e che aveva solennemente giurato che non si sarebbe mai sposato, possedeva una particolare vena brillante a raccontare barzellette. (Non sarà mica il fatto che non si è sposato? - pensò Aldo - No, non è possibile. Lui è proprio così, è stato sempre così fino dai tempi dell'Università. Secondo me non cambierà mai)
"Gino, tu non ti cambierai mai!"
"Io? Mi sono cambiato! Anzi, mi cambio tutti i giorni; la canottiera, le calze e le mutande!"
Ha! Ha! Ha!
Il cameriere arrivò per portare via le coppe della macedonia.
"Giorgio, ci porti il conto, per favore?" - chiese Aldo.
"Ehi, si fa come al solito, alla romana!" - irruppe Manuel.
"Certo" - confermarono in coro gli altri.
"No - li fermò Aldo - questa è una sera speciale, pago io: è per una specie di promozione; è per questo che vi ho telefonato e ho organizzato la cena."
"Promozione di che genere?"
"E' un cambio d'incarico, maggiori responsabilità, un numero piu grande di clienti."
Volle pagare lui.
Quando arrivò il conto, portò la mano alla tasca interna della giacca e ne tirò fuori il portafoglio; ma quando lo aprì sbagliò il comparto e invece della carta di credito prese la foto di Lei. (Amore mio, quella curva, le lamiere contorte dell'auto!)
"Aldo, che c'è?"
"No, niente, avevo sbagliato a prendere la carta."
"Pensi ancora a lei! Non ce la fai a dimenticarla!"
Era proprio il mattacchione che parlava, Gino. Si vede - pensò Aldo - che non è vero che la sensibilità d'animo si accompagna necessariamente con la serietà esteriore.
"No, non ce la faccio a dimenticarla; era un po' di tempo che ero più distratto; sapete, il lavoro, le nuove responsabilità; ma questa sera mi è proprio venuto un tuffo al cuore; scusate, non vi volevo rovinare la serata."
"Aldo, non fare lo scemo!" Il coro degli amici lo rincuorò e riprese il sorriso di prima. Si abbracciarono e si salutarono per tornare ognuno alla propria casa.
Aldo guidò la macchina distrattamente, tanto che si accorse solo all'ultimo momento che stava sbagliando traversa, ma per fortuna non c'era traffico. Parcheggiò davanti alla villetta a un piano che avevano fatto costruire insieme racimolando i soldi dai risparmi di tutt'e due, facendo una specie di colletta fra parenti e indebitandosi con la banca; chiuse con cura lo sportello e s'avviò lungo il vialetto che conduceva alla porta d'ingresso. Davanti alla porta c'era una gatta. Tigrata, di razza europea, normale insomma, seduta sul posteriore, con le zampe anteriori parallele e unite, la testa e il busto eretti. Sembrava l'attendesse.
"Micia - le disse da lontano - m'aspettavi?"
La gatta gli andò incontro miagolando e facendo già le fusa; si strofinò alle gambe sempre miagolando, tanto che ad Aldo risultò difficile camminare perché la gatta, ad ogni suo passo, s'incrociava con il movimento delle gambe e lui temeva di calpestarla.
"Avrai fame!"
Arrivò alla porta d'ingresso, l'aprì e la gatta s'intrufolò dentro velocemente dirigendosi con sicurezza verso la cucina, come se già conoscesse la casa. Ha fame, ma non deve essere randagia - pensò. Senza nemmeno levarsi la giacca cercò di provvedere a lei; rovistò nel frigorifero e trovò un po' di carne, poi le versò del latte fresco. La gatta si precipitò sulla carne e addentò il primo boccone, poi volse la testa verso di lui e lo ringraziò con un miagolìo.
"Bene, adesso che sei soddisfatta lasciami spogliare".
Ripose i vestiti con cura sull'omino che aveva affianco al letto, indossò la veste da camera e tornò verso la cucina. Non la vide. Dove sarà andata? - pensò.
La trovò nel salone sulla Sua poltrona, quella sulla quale Lei amava trascorrere i pomeriggi domenicali leggendo e la sera guardando la televisione. Per la seconda volta, quella sera, Aldo sentì un tonfo al cuore.
"Micia, che fai lì? Non te ne vuoi andare? Comoda la poltrona, eh? Beh, adesso devi uscire!"
La gatta, invece, con la massima indifferenza, si leccava una zampa e si ripuliva il muso con cura. Al termine delle sue abluzioni, si rivolse ancora a lui e gli indirizzò un miagolìo. Poi, arrotolandosi su sé stessa, trovò la giusta posizione per riposare.
"Beh, capisco che una poltrona è meglio della strada - le disse Aldo - e allora per stanotte resterai qui. Io vado a farmi una doccia perché non ne posso più per oggi e ho bisogno di dormire."
Si lasciò scorrere l'acqua lungo il corpo per far andare via la stanchezza che aveva accumulato durante il giorno, ma soprattutto la tristezza dell'ultima parte della serata. Avvolto nell'accappatoio, andò nel salone per dare la buonanotte alla gatta, ma non la trovò. Si sarà trovato un altro posto - concluse. Spense tutte le luci e andò in camera. Un altro tonfo al cuore: la trovò accucciata sul letto al posto di Lei.
Sostò per qualche attimo accanto al letto a occhi chiusi; poi scostò le lenzuola, si sdraiò, si ricoprì, allungò una mano per accarezzarla e con l'altra cercò l'interruttore della luce. Il miagolìo della gatta gli augurò la buonanotte.
"Buonanotte anche a te, micia". Non se l'aspettava, ma quella notte dormì serenamente.
La radio-sveglia gli annunciò il nuovo giorno mentre diffondeva le notizie del giornale radio delle sei. Aprì gli occhi e cercò la gatta. Si svegliò anche lei sbadigliando, si alzò e allungò le zampe anteriori stirandosi e sbadigliando ancora; gli dette il buongiorno con un appassionato miagolìo; sollevò la schiena a ponte rizzando il pelo; poi, sveglia definitivamente, con un balzo scese giù dal letto. Come sua abitudine, Aldo si avviò verso il bagno per lavarsi ma il miagolìo della gatta glielo impedì. (Anche a Lei piaceva fare colazione subito appena sveglia, con gli occhi ancora chiusi dal sonno! Va bene, per oggi farò come vuole la gatta.)
Andò in cucina e si preparò la colazione con la gatta che gli si strusciava tra le gambe; la preparò anche a lei: un po' di latte e un biscotto sbriciolato; si sedette.
Fecero colazione insieme. Si lavò, si vestì e si apprestò ad uscire di casa. Aprì la porta d'ingresso e la gatta si presentò, pronta ad uscire anche lei. Non gli sembrava vero. Quando c'era Lei, uscivano alla stessa ora e alla stessa ora rientravano. Adesso quella gatta gli ricordava le stesse abitudini. Non poteva fare a meno di pensare a quelle coincidenze. Uscirono tutt'e due.
La giornata di lavoro non fu delle più facili: le nuove responsabilità e i nuovi clienti lo prendevano molto più di prima. Pranzò con un panino e la frenesia del lavoro lo fece arrivare a sera stanco. Lasciò l'ufficio in trance; guidò la macchina come un automa; arrivò a casa e s'avviò sul vialetto verso la porta d'ingresso. La gatta era lì che l'aspettava.
"Micia, lo sai che mi ero completamente dimenticato di te? Che giornata, se tu sapessi! Ma chi me l'ha fatto fare di restare a lavorare fino alle otto di sera? Hai fame?"
Il noto miagolìo gli rispose.
Cenarono insieme.
"Adesso sai che facciamo? Ci guardiamo un po' di televisione".
Si sedette in poltrona e accavallò le gambe; con il comando a distanza scelse il programma e lo seguì distrattamente. La gatta, che aveva già cominciato a dedicarsi alle pulizie del dopo pranzo sulla poltrona di Lei, terminatele, scese dalla poltrona e con un balzo arrivò sulle sue gambe; cercò la posizione più comoda e si accoccolò. Trascorsero un paio d'ore di programmi poco interessanti, ma almeno servivano a distrargli la mente dall'attività del giorno e dal solito pensiero ricorrente. Al termine del telegiornale di mezza sera, la gatta riaprì gli occhi, si stirò e balzò giù; si diresse verso la camera da letto; fatti pochi passi, si voltò e gl'indirizzò un miagolìo convincente.
"Hai ragione, amore, è ora di andare a letto."
(Amore, l'aveva chiamata Amore; non era la parola in sé che lo turbava, ma la naturalezza con la quale l'aveva pronunciata!) Stesso rito della sera precedente: la doccia, la gatta al posto di Lei, la carezza, la buonanotte reciproca.
Trascorse del tempo e lo stesso rito si ripeteva puntuale ogni giorno: la gatta lo aspettava davanti casa al termine del lavoro e insieme cenavano, riposavano e facevano colazione. In più, una specie di confidenza si era stabilita tra i due: lei ogni tanto gli riportava in casa il frutto delle scorribande diurne, un uccellino, un topolino, come riconoscente omaggio alla ospitalità concessale. Lui non poté fare a meno di cominciare a raccontarle le sue giornate, a sfogarsi per alcune piccole delusioni del lavoro, a dirle con gioia dei successi ottenuti con i clienti.
"Vedi, a te posso dire tutto - le confessò una sera - tanto sono sicuro che non riferirai niente a nessuno. Con te mi sento veramente libero di dire quello che mi pare, di esprimere il mio pensiero senza condizionamenti. E' meglio che se fossi con me stesso. Se parlo da solo, lo faccio mentalmente. Se parlo con te, mi sembra di avere di fronte veramente un'altra persona. L'interlocutore, sai, serve a tutto e non serve a niente. A tutto, perché ti concede l'illusione di non essere solo. A niente, perché tanto gli sfoghi sono sfoghi, e le parole di consolazione che ti possono essere rivolte sono sempre inutili. Inoltre, se sei tormentato da una decisione che devi prendere, l'interlocutore ti serve solo per fare uscire da te i pensieri che, poi, composti a mosaico, ti consentono di prendere la decisione. Tanto, quando si decide, si è sempre soli." E lei miagolava.
"Ma lo sai che i tuoi miagolìi mi sembrano proprio delle risposte? Mi sembra che tu mi capisca!"
Un po' le parlava dopo cena, davanti alla televisione, quando lei si arrotolava sulle sue gambe (tanto i programmi non lo interessavano mai), ma soprattutto dopo essere andati a letto, quando lui raccoglieva tutti i pensieri della giornata e, nella penombra del lumino da notte, gli era più facile concentrarsi.
Un giorno incontrò Livia. Ma non fu veramente un incontro, fu una specie di scontro. Lui usciva dall'ufficio un po' imbambolato e distratto, come sempre, e vide la gatta fuori del portone dell'ufficio che sembrava lo aspettasse. "Micia!" Esclamò andandole incontro. Ma la gatta si mosse e, trotterellando, si avviò lungo il marciapiede. Cercando di non perderla d'occhio, Aldo la seguiva senza badare ai passanti. Non potette fare a meno, cos', di urtare, seppure leggermente, una giovane donna che usciva da un negozio. Tanto bastò perché le esili braccia di lei perdessero il controllo dei pacchi che stava portando alla macchina e il frutto delle compere rovinò a terra. Aldo, mortificato, si scusò e l'aiutò a raccogliere tutto. Intanto la gatta spariva tra la gente. Quando ritornò in posizione eretta incontrò gli occhi di lei. Si fissarono, tutt'e due con i pacchi raccolti tra le braccia. Lui balbettò ancora qualche frase di scusa, poi scoppiarono a ridere insieme.
"L'aiuto, dove stava andando?"
"Alla macchina, non è distante".
A lui fece piacere sentire questa frase perché voleva dire che lei gli stava chiedendo di accompagnarla. Quando ebbero sistemato con cura i pacchi nel bagagliaio dell'auto, lui volle offrirle da bere al vicino bar. Per farsi perdonare - disse.
"Che distratto, non mi sono presentato; Aldo Barbèri".
"Livia Marino."
Che strano - pensò lui - dimostra una semplicità e una naturalezza tali che mi sembra di averla sempre conosciuta. Gli veniva perfino d'istinto darle del tu, ma non osava.
Terminato l'aperitivo, l'accompagnò alla macchina, le aprì con galanteria lo sportello e stava per salutarla quando si accorse che avrebbe desiderato rivederla; cercò il biglietto da visita nel taschino esterno della giacca e glielo porse.
"Io sono rintracciabile a questo numero di telefono - disse goffamente cercando di mascherare la vera ragione dell'omaggio - se per caso le sue compere si sono rovinate, mi può chiedere i danni".
"Ah già, i danni, mi farò rimborsare tutte le spese così mi rifaccio il guardaroba". Poi scoppiò in una risata fragorosa. Non poté fare a meno di ridere anche lui che, intanto, con un braccio appoggiato sul tetto dell'auto, si era chinato verso di lei. La ragazza lesse il biglietto da visita ad alta voce: "Electronics Engineering International, Aldo Barbèri, Capo settore marketing; diamine, dev'essere una persona importante lei".
Esclamando le ultime parole ruotò il capo verso di lui. I volti si trovarono, così, ad un palmo di distanza; gli occhi si penetrarono e restarono gli uni dentro gli altri per alcuni attimi interminabili. Lui dovette resistere alla tentazione di avvicinare le labbra a quelle della ragazza; era come ipnotizzato. Quando riuscì a tornare in sé, notò che anche lei sembrava turbata; la vide distogliere lo sguardo da lui e volgerlo verso il volante. Restò in silenzio per qualche secondo.
"Allora intesi - Aldo prese l'iniziativa - se c'è qualcosa di rovinato mi telefona".
"Va bene".
Le chiuse lo sportello con delicatezza e la salutò con il palmo della mano aperto mentre lei si avviava.
La gatta lo aspettava, come al solito, davanti alla porta di casa e la solita scena di tutte le sere si ripetette ancora una volta.
"Micia, ma cosa ti è venuto in mente di venirmi a trovare in ufficio oggi!"
Quando furono davanti al televisore a vedere uno di quei soliti programmi che ad Aldo non interessavano affatto, decise di dirglielo.
"Sai, quando tu sei scappata, ho incontrato una ragazza. Avrà venti o ventun'anni, veramente più che incontrarla l'ho scontrata, le ho fatto cadere le buste dei negozi dov'era andata a fare spese con tutti i pacchetti dentro e poi l'ho aiutata a portarle in macchina; bella figliola, si, bella figliola; ma più che la bellezza, è la sua naturalezza che mi ha colpito; è come se la conoscessi da tempo".
La gatta, accoccolata sulle sue gambe, sollevò lo sguardo verso di lui e miagolò, poi cominciò a leccargli il dorso della mano. Che strano - pensò Aldo - sembra che approvi. La ragazza continuò per un po' ad occupare i suoi pensieri. Dopo un po', la gatta balzò giù dalle gambe e s'avviò in camera.
"Hai ragione, è meglio che andiamo a dormire".
"Barbèri" rispose sollevando la cornetta del telefono che squillava.
"Ciao Aldo, sono Livia".
"Ciao Livia, che piacere sentirti; allora si è distrutto tutto?"
"No, non si è distrutto niente, ti telefono solo per dirti che sei stato molto carino ieri e che tutto sommato è stato un piacere conoscerti. Ho gradito anche l'aperitivo. Però mi scuso per averti telefonato così presto in ufficio, ma devo andare a seguire le lezioni all'Università".
(Dunque è una studentessa).
"Livia, il piacere è stato mio, spero solo di non essere stato troppo invadente".
"Ma figurati, rispetto a certi cafoni che s'incontrano per la strada, sei stato un vero gentiluomo. Adesso scusami ma devo proprio andare, ciao".
"Ciao".
(Mi ha dato il tu; pensa, io ieri mi facevo tanti scrupoli a prendere l'iniziativa e oggi questa ragazzina mi dà lezioni di disinvoltura e naturalezza. Aldo, non sarà mica che a trent'anni ti sei già invecchiato? Stasera glielo chiederò alla micia; lei mi conosce bene e mi capisce).
Si rituffò nel lavoro.
Lo spuntino di mezzogiorno, con i colleghi, si risolse, come al solito, in un contorno e una frutta. Preferiva non appesantirsi per rendere meglio durante le ore pomeridiane. Per questo motivo, però, alle cinque gli ritornava la fame.
L'ennesimo squillo del telefono lo distrasse ancora una volta dal lavoro. Quasi irritato, rispose: "Pronto, Barbèri".
"Ciao Aldo, sono io".
Era Livia.
"Ti disturbo?"
"No, non mi disturbi, ma siccome ho avuto una giornata piena di telefonate, forse la mia voce ti sarà sembrata un po' scortese. Hai seguito le lezioni?"
"Si. Anche per me è stata una giornata dura. Abbiamo avuto sette ore di seguito e ti assicuro che per chi desidera seguire l'Università seriamente sono veramente faticose".
Ad Aldo venne un'idea meravigliosa.
"Senti, ti devo dare una buona notizia".
"Quale?"
"La tua telefonata al settore marketing della Electronics Engineering International è giunta durante la Customer's Promotion Hour".
"Non ho capito niente, cosa vuol dire?"
"Vuol dire che hai vinto un premio destinato ai clienti".
"In cosa consiste?"
"Consiste in un buono pasto".
Lei cominciava a capire.
"Da sola o in compagnia?"
"In compagnia".
"Di chi?"
"Mia".
"Aldo, è il modo più originale che abbia mai sentito di invitare una persona a cena. Accetto. Quando ci vediamo?"
"Dopo che sono uscito dall'ufficio"
"E quando esci dall'ufficio?"
"Quando ci siamo incontrati ieri?"
"Alle sette e mezza".
"Benissimo, ci incontriamo alle sette e mezza. Dove ti vengo a prendere?"
"Da nessuna parte, vengo io da te".
"Va bene, alle sette e mezza da me".
"Alle sette e mezza da te".
"Ciao".
"Ciao".
Alle sette e mezza precise lui usciva e lei era lì ad aspettarlo.
Istintivamente s'abbracciarono come due vecchi amici.
"Dove hai la macchina?"
"Non ce l'ho, sono venuta in autobus".
"Meglio così, prendiamo la mia, così dopo t'accompagno a casa".
"Già".
(L'aveva fatto apposta)
"L'hai fatto apposta?"
"Eh! Tu che ne pensi?"
"Che l'hai fatto apposta".
"Bravo, risposta esatta! Hai vinto, hai vinto..."
"Cosa ho vinto?"
"Un bacio!" Gli schioccò un bacio sulle guance.
La trattoria fuori città era di quelle che ti fanno sentire subito a tuo agio, con le tovaglie a quadretti e i bicchieri infrangibili. Mangiarono poco, pochissimo. Chiacchierarono tutta la serata chiacchieravano e ridevano di gusto. Il mezzo litro di vino diviso in due aiutava la loro allegria.
"Livia, sai una cosa? Mi sembra di averti sempre conosciuta".
"Anch'io volevo dirti la stessa cosa. All'inizio, temevo che telefonarti subito la mattina dopo mi mettesse in cattiva luce ai tuoi occhi, ma poi è stato così naturale! Non mi sembrava di fare una cosa sconveniente".
Lui le prese una mano e la portò alle labbra. Vi pose una delicata impronta. Lei chiuse gli occhi. Quando si risvegliò dall'estasi, guardò l'orologio: segnava le undici.
"Scusa Aldo, sono le undici, devo rientrare".
"Va bene, t'accompagno a casa."
"No, dalle suore"
"Le suore? Ma i tuoi non abitano qui?"
"No, io sono qui per frequentare l'Università. I miei li vado a trovare durante i week-end".
"Quanti anni hai?"
"Ventitré, sto per finire gli studi, mi manca poco".
Arrivati al pensionato delle suore, lui scese dalla macchina e le aprì lo sportello.
"Grazie Aldo, è così difficile trovare qualcuno che usa i tuoi modi oggi. E' stata una bellissima serata, sai? Mi sono proprio divertita. E' così piacevole conversare con te!"
"Anch'io mi sono divertito; se ci penso, erano veramente anni che non mi trovavo così a mio agio con una persona".
L'accompagnò davanti al portone, le prese tutt'e due le mani, le portò alle labbra e le baciò; lei chiuse gli occhi e si lasciò, ancora una volta, trasportare dall'estasi.
"Buonanotte Livia".
"Buonanotte Aldo".
A casa lo accolse un lunghissimo miagolìo della gatta che sembrò non s'aspettasse che lui facesse così tardi. Si scusò a più riprese cercando di giustificarsi, ma lei non volle sentir ragioni: aveva fatto tardi e meritava di essere sgridato.
Trascorse del tempo, continuarono ad uscire insieme sempre più di frequente, si scambiarono il primo bacio, lei si laureò e lui conobbe i suoi genitori alla festa di laurea. Proprio durante la festa, quando restarono un momento da soli, Aldo desiderò chiarire la sua posizione con il padre. "Sono vedovo da più di tre anni - disse - mia moglie rimase uccisa in un incidente stradale, pensavo di non riprendermi più, invece un giorno incontrai Livia, l'ho rispettata come una sorella, non ho voluto portarla a casa mia nemmeno una volta, ma non so ancora io perché, forse per non contaminare la memoria di colei che sento ancora presente, forse per non essere tentato di violare l'innocenza di Livia, forse per lei, non so, Livia mi ha chiesto di vivere insieme, ma io non ho la forza di decidermi di sposarmi, potremmo convivere. Le chiedo il suo parere."
"Aldo - ti posso dare del tu, vero? - Livia è una ragazza matura, sa quello che fa e noi genitori l'abbiamo sempre abituata a prendere le decisioni che la riguardano con molta serenità. Io sono sicuro che la decisione che ha preso è la migliore. E poi, se questo ti può aiutare, sappi che mia moglie ed io abbiamo convissuto per tre anni prima di sposarci."
Lo disse alla gatta che, peraltro, aveva tenuto informata, giorno per giorno, di questa sua nuova esperienza: "Domani lei viene a vivere qui, ho parlato col padre e abbiamo deciso che non ha più senso vivere separati; sarai contenta anche tu, vedrai, è una ragazza dolcissima". La gatta quella sera fu particolarmente affettuosa con lui, non lo abbandonò un istante, gli stette appiccicata tutta la sera, perfino quando lui cenava gli volle stare sulle ginocchia; e quando andarono a letto non si mise al solito posto, ma si accoccolò attaccata a lui e gli posò la testa sul braccio. La mattina seguente, quando lui chiuse la porta, la gatta, per la prima volta, gli si pose di fronte, caricò le zampe posteriori e spiccò un balzo che la portò sul petto di Aldo. Questi, sorpreso, l'acchiappò in tempo e la sostenne. La gatta, con il muso vicinissimo a suo volto, gli miagolò lungamente, poi gli leccò il mento, le guance, il naso; quindi, con un balzo, tornò a terra.
"Micia, che ti prende stamattina, non parto mica per la guerra, stasera torno!"
Trotterellando, la gatta si avviò lungo il vialetto, si voltò e gl'indirizzò un appassionato miagolìo, quindi sparì dietro i cespugli.
Aldo, a sera, arrivò con Livia e le due macchine piene di bagagli. Prese le prime due valigie.
"Adesso, vedrai - le disse - c'è la gatta che m'aspetta".
S'avviò lungo il vialetto e la cercò. Non c'era. Posò le valigie e cominciò a cercarla tutt'intorno la casa. Non la trovò. Ritornò indietro, dopo la ricerca, con un aspetto sconsolato. Sembrava non ci credesse. La sua micia era sparita. S'avvicinò a Livia, con le braccia penzoloni lungo il corpo, gli occhi tristi.
"La micia non c'è più" disse con voce quasi rotta dal pianto.
"Lo sapevo, amore mio - gli rispose Livia - l'avevo già capito da tempo".
E allora, anche lui, finalmente, capì.