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| Prosa | |
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E' sera. Mi sono ritirato nel mio studio, un po' perché i programmi alla televisione non m'interessano, un po' per continuare la lettura e l'approfondimento di un libro che ho con me da tanto tempo e non finisce mai di stupirmi, tante sono le cose nuove che vi trovo ogni volta che lo riprendo tra le mani.
Ho chiuso le porte e, delle quattro finestre, solo una è aperta a bascula - come d'abitudine - per far si che la camera si liberi dell'odore del fumo delle mie sigarette. La micia, stranamente, è con me: si è accovacciata sullo stesso divanetto sul quale sono seduto. Io vicino al lume, lei dall'altro lato. Arrotolata su se stessa, sembra che dorma. A un tratto sento una presenza, ma non capisco di cosa. La micia conferma la mia intuizione e tira su la testa raddrizzando le orecchie; spalanca gli occhi e guarda verso la porta vicina. Poi volge lo sguardo verso quella più lontana, quindi verso le finestre. Avverto che è agitata. La sensazione di presenza si fa sempre più viva nella mia mente. Mi pongo in ascolto. Ma non c'è bisogno di ascoltare perché cominciano a entrare dalle porte e dalle finestre, inoffensive all'apparenza. Avverto un sorriso nel loro evidenziarsi. Dapprima una, poi due, tre cinque, dieci. Diventano una frotta. Dopo un po' riempiono la stanza, saranno una cinquantina. Chi più grande, più lunga per l'esattezza, chi più breve, ma tutte con lo stesso aspetto sorridente e sereno. La micia è attenta e tesa come le corde delle mie chitarre. Non posso dire di essere calmo neanche io, di fronte a questa frotta di presenze che non hanno un volto, e non hanno nemmeno forme umane, ma sorridono. Forse questo è il motivo per il quale la micia non è ancora scappata e io non ho ancora cominciato a urlare. Si dispongono a semicerchio di fronte a me, come se qualcuna di loro avesse dato un ordine, come se ci fosse un capo. Ma io non avverto la presenza di un capo, forse è solo il senso di una disciplina, che a noi umani il più delle volte è sconosciuta. La loro disposizione assume un aspetto coreografico, addirittura. Si pongono sui cuscini e sulle spalliere dei due altri piccoli divani del mio studio, alcune sulle sedie, altre sulla scrivania, altre ancora sembra che rimangano in piedi. Ma non saprei nemmeno dire su quali piedi, visto che non ne appaiono. A quello che mi sembra di essere un cenno di tutte all'unisono, la più... non saprei come dire... la più breve si fa avanti e mi parla. Mi colpisce questo modo di parlarmi. Non proferisce parole, non emette suoni, eppure intendo. Capisco, infine. Mi trasmette il suo pensiero, che giunge a me chiaro, distinto, luminoso direi: - Signor Giovanni?
Istintivamente volgo lo sguardo verso il libro che ho in mano e trovo le pagine vuote. Lo sfoglio con rapidità. Vuote, sono tutte vuote. Se ne sono uscite tutte per parlare con me. Alzo ancora gli occhi verso le presenze che ormai mi sono diventate amiche e vedo che con disciplina si stanno ritirando dalla mia stanza. Poggio il libro sul tavolino, sicuro che domani sarà ancora pieno di loro. Penso che sia ora di andare a letto. Chiamerò Paola domani. |