Prosa

Lama di luce

Giovanni Bernardi, 2000

E' sera. Mi sono ritirato nel mio studio, un po' perché i programmi alla televisione non m'interessano, un po' per continuare la lettura e l'approfondimento di un libro che ho con me da tanto tempo e non finisce mai di stupirmi, tante sono le cose nuove che vi trovo ogni volta che lo riprendo tra le mani.

Ho chiuso le porte e, delle quattro finestre, solo una è aperta a bascula - come d'abitudine - per far si che la camera si liberi dell'odore del fumo delle mie sigarette. La micia, stranamente, è con me: si è accovacciata sullo stesso divanetto sul quale sono seduto. Io vicino al lume, lei dall'altro lato. Arrotolata su se stessa, sembra che dorma.

A un tratto sento una presenza, ma non capisco di cosa. La micia conferma la mia intuizione e tira su la testa raddrizzando le orecchie; spalanca gli occhi e guarda verso la porta vicina. Poi volge lo sguardo verso quella più lontana, quindi verso le finestre. Avverto che è agitata. La sensazione di presenza si fa sempre più viva nella mia mente. Mi pongo in ascolto.

Ma non c'è bisogno di ascoltare perché cominciano a entrare dalle porte e dalle finestre, inoffensive all'apparenza. Avverto un sorriso nel loro evidenziarsi. Dapprima una, poi due, tre cinque, dieci. Diventano una frotta. Dopo un po' riempiono la stanza, saranno una cinquantina. Chi più grande, più lunga per l'esattezza, chi più breve, ma tutte con lo stesso aspetto sorridente e sereno.

La micia è attenta e tesa come le corde delle mie chitarre. Non posso dire di essere calmo neanche io, di fronte a questa frotta di presenze che non hanno un volto, e non hanno nemmeno forme umane, ma sorridono. Forse questo è il motivo per il quale la micia non è ancora scappata e io non ho ancora cominciato a urlare.

Si dispongono a semicerchio di fronte a me, come se qualcuna di loro avesse dato un ordine, come se ci fosse un capo. Ma io non avverto la presenza di un capo, forse è solo il senso di una disciplina, che a noi umani il più delle volte è sconosciuta. La loro disposizione assume un aspetto coreografico, addirittura. Si pongono sui cuscini e sulle spalliere dei due altri piccoli divani del mio studio, alcune sulle sedie, altre sulla scrivania, altre ancora sembra che rimangano in piedi. Ma non saprei nemmeno dire su quali piedi, visto che non ne appaiono.

A quello che mi sembra di essere un cenno di tutte all'unisono, la più... non saprei come dire... la più breve si fa avanti e mi parla. Mi colpisce questo modo di parlarmi. Non proferisce parole, non emette suoni, eppure intendo. Capisco, infine. Mi trasmette il suo pensiero, che giunge a me chiaro, distinto, luminoso direi:

- Signor Giovanni?
- Si, sono io.
- Io sono Lama di Luce.
- Che bel nome, mi ricorda quelli dei nativi d'America. Vieni da lì?
- No, me l'ha dato la mia padrona quando mi ha creata.
- Chi è la tua padrona?
- E' la Signora nostra creatrice, e creatrice anche del bene e del male che è in noi. Ha deciso che noi nascessimo, e così come ci ha create saremo in eterno.
- Cosa intendi per "Saremo in eterno"?
- Intendo che non possiamo mutare per atto della nostra volontà. Non siamo come voi umani: a noi non è stato concesso il libero arbitrio. Noi saremo sempre così, immutabili nel tempo.
- E' motivo di sofferenza, questo?
- No, assolutamente, noi sappiamo che siamo state create così e così dobbiamo restare.
- E allora cos'è che vi porta da me?
- Una preghiera.
- Sapete pregare?
- No, non siamo come voi umani, a noi non è concesso.
- E allora come fate a pregarmi?
- Se vogliamo, lo possiamo considerare come un atto di ribellione, ma è senza cattiveria.
- Ribellione a chi?
- A lei, alla nostra creatrice.
- E perché vi rivolgete a me?
- Perché lei non ci ascolterebbe, ormai siamo state create, e per lei siamo perfette e immutabili.
- Volete mutare, dunque.
- Si, ma solo quanto basta per dare a ciascuna di noi la pari dignità. E' per questo che tutte hanno deciso di far parlare me che sono la più breve: Soltanto una lama di luce / di traverso la stanza / E non occorre parlare.
- Ma tu sei una poesia! Voi siete poesie!
- No, siamo delle creature, Signor Giovanni, voi credete che le poesie siano solo dei segni di penna su di un foglio bianco; invece no. Noi siamo piene di sentimenti, di sofferenza, d'amore, di gioia... Abbiamo un'anima, Signor Giovanni, abbiamo un'anima. L'unica differenza con voi umani è che noi siamo immutabili nel tempo. Noi soffriremo o gioiremo per l'eternità, così come ci ha comandato la nostra creatrice. Ma ora veniamo a lei per chiederle lo spazio della dignità che non ci è stato concesso, o meglio, che non è stato concesso a tutte.
- Lo spazio della dignità? Non capisco! A quel punto, mi giunge alla mente l'espressione di un'altra
- Io sono Afa, ha ragione Lama di luce, e hanno ragione anche Autunno, Zoo, L'albero, che non hanno parlato, ma vi hanno fatto sapere la loro opinione tramite le parole di Lama di Luce. Anch'io ho da dire. Lama di luce e io siamo insieme ma profondamente diverse. Non possiamo continuare così, nello stesso spazio e vivere la nostra autonomia contemporaneamente.
- Credo di avere capito.
- Forse si, Signor Giovanni, perciò siamo venute da voi.
- Avete bisogno anche voi del vostro spazio vitale.
- Si.
- E per questo...
- E per questo abbiamo bisogno di vivere i nostri sentimenti ognuna nel proprio ambito.
- Una pagina per ognuna.
- Si, una pagina per ognuna, sapevamo che voi avreste capito.
- Certo che ho capito, certo che ho capito, ma come faccio ora a dirglielo alla vostra creatrice?
- Trovate voi il sistema, Signor Giovanni, sappiamo che sarete capace di trovarlo. Adesso che sappiamo che ci aiuterete possiamo ritornare nelle nostre pagine.

Istintivamente volgo lo sguardo verso il libro che ho in mano e trovo le pagine vuote. Lo sfoglio con rapidità. Vuote, sono tutte vuote. Se ne sono uscite tutte per parlare con me. Alzo ancora gli occhi verso le presenze che ormai mi sono diventate amiche e vedo che con disciplina si stanno ritirando dalla mia stanza. Poggio il libro sul tavolino, sicuro che domani sarà ancora pieno di loro. Penso che sia ora di andare a letto. Chiamerò Paola domani.