Prosa

La moto

Giovanni Bernardi, 1995

La settimana di lavoro, trascorsa velocemente come tutte le precedenti, l’aveva lasciata stanca e svuotata di quella aggressività che contava di recuperare durante il giorno di riposo; ma le mancava la voglia di vivere, le mancava lui.
Il sole riscaldava la città e spingeva perfino i pigri verso le fresche mete domenicali; i mariti con il secchio e spugna davano l’ultimo ritocco alla lucentezza dell’autovettura; i bambini si vestivano da soli e, sempre soli, perfino si allacciavano le stringhe delle scarpe; le mogli s’indaffaravano a preparare il cesto del pranzo da consumare in collina.

Sola; si guardò allo specchio; si vide senza rughe, ancora giovane, desiderabile, forse, ma sola; decise di uscire.
L’armadio a sei ante le offrì tutte le possibilità, ma lei decise di indossare i pantaloni jeans ed il giubbotto di pelle: quelli di quando con lui andava a trascorrere indimenticabili giorni lontano dal mondo.
L’ascensore l’aspettava già con la porta spalancata; in un attimo fu al piano terra; percorse il vialetto sfiorando la siepe con la mano; arrivata al marciapiede, diresse il suo passo verso la periferia; sempre, nella sua mente, Lui, solo Lui; chiuse gli occhi e vide il suo volto; lo invocò.

La moto, rombando, le si fermò accanto; sussultò: "Amore, come mai sei qui?" "Ti ho vista passeggiare da sola; ti ho sentita e ho capito che avevi bisogno di me; così ho chiesto di tornare".
Lei, con un movimento rapido della gamba sinistra prese posto sulla sella della moto e strinse forte le braccia al suo torace. Quante volte l’aveva fatto quel movimento: scavalcare con la gamba la sella della moto e abbracciarsi forte a lui! Non le pareva vero di poterlo ripetere ancora una volta! Sicuro che lei fosse ben salda sulla moto, lui si voltò un attimo per incrociarne lo sguardo e sfiorarne le labbra; poi dette gas.

Il bicilindrico Guzzi, borbottando, si offrì di concedere loro l’inebrio della felicità.
Prima, seconda, terza, quarta, quinta; cambi rapidi; il piede sinistro in perfetta sincronia con la mano destra sulla manopola dell’acceleratore e la mano sinistra a sfiorare quasi la leva della frizione; veloci, sempre più veloci.
Le case allineate lungo la Statale si avvicinavano rapidamente, sfrecciavano e sparivano alle loro spalle dando, ancora di più la sensazione della velocità.
Il tratto di pianura lo percorsero in breve tempo; poi arrivò la collina.

L’aria, ancora calda per quelli ch’erano rimasti in città, si rinfrescò già nel primo tratto d’Appennino e i due amanti piegavano, nelle curve strette, all’unisono, come fossero un solo corpo e volavano nei brevi rettilinei sulle due ruote della moto, godendo del vento che s’insinuava tra i capelli scompigliandoli.
Un senso d’ebbrezza s’impadronì di loro.
"Siamo senza casco" gli urlò lei in un orecchio, cercando di vincere il rombo del motore.
"Non ti preoccupare, la polizia non ci può vedere, non ci può vedere nessuno, siamo liberi, liberi finalmente".

Liberi, liberi dal mondo, dalle idiozie del vivere quotidiano, dalle frenesie del lavoro, si sfrenavano in quella meravigliosa, folle corsa che solo la moto può dare.
A caso, lungo la strada che conduceva al passo, trovarono una piazzola e si fermarono.
Lei scavalcò con la gamba il sellone, s’inchinò e carezzò con la mano il prato verde; colse una margherita e se la pose tra i capelli; percorse correndo il piccolo spiazzo d’erba e si sdraiò all’ombra di un albero.

Lui adagiò con cura la moto sul cavalletto laterale e la raggiunse; si fermò qualche secondo in piedi accanto a lei fissandola intensamente; s’inginocchiò; le prese una mano tra le mani e la baciò; le carezzò i capelli; si piegò verso di lei; le baciò la fronte, gli occhi; posò le labbra sulle sue labbra.
Amanti, amanti; le mani si cercarono, i corpi si cercarono; per ore.
"Mi dimenticherai?"
"E come potrei? Ormai mi resta solo il corpo; l’anima mia se n’è venuta via con te!"

Ripresero la strada del ritorno con un velo di tristezza negli occhi; quel velo che appanna lo sguardo degli amanti quando sanno di doversi lasciare.
I capelli ancora al vento; le stesse curve affrontate non più in allegria ma con una vena di mestizia che loro due sapevano; ma non dicevano.
All’altezza della palazzina lui fermò la moto e spense il motore.
"Parti?"
"Non ancora, aspetto che t’affacci alla finestra".

Non attese l’ascensore, salì le scale velocemente, aprì con frenesia la porta dell’appartamento e corse verso la finestra per guardarlo ancora, per riempirsene gli occhi e il cuore.
"Amore mio, torna ancora, ti prego!"
Lui non rispose; restò in silenzio per qualche momento a fissare il suo volto; lo catturò e lo impresse nella memoria per l’ultima volta; poi pigiò il pulsante dell’avviamento.
La moto fece sentire il brontolìo del bicilindrico, si avviò e sparì accarezzando l’asfalto della strada.