Prosa

Lo stesso Dio

Giovanni Bernardi, 2007

Quando mio padre nel 1956 fu trasferito a Izmir (Smirne, Turchia) per prestare servizio al comando Nato del sud-est Europa (Landsoutheast), registrò su nastro un corso basico di inglese. Avevo quasi sette anni e come una spugna imparai velocemente. Per mia mamma fu un po' più ostico, ma si dette da fare. Mio fratello aveva quattro anni ed ancora era alle prese con l'italiano.

A Izmir andavo a scuola dalle suore, ma fuori si parlava il turco e c'era gente che parlava sei-sette lingue. E' pur vero che Imelda, riferendosi al padre che era nato a Creta disse "mio padre è cretino", ma comunque parlava italiano. Quando mio fratello iniziò la prima elementare gli dettero tre sillabari (italiano, inglese, francese), ma sopravvisse. Io ero stato esentato dal turco perché quando arrivai andai in terza.

Ma si doveva comunicare e allora tra italiano, inglese, francese, turco e un po' di greco con i bambini che frequentavo e con i quali giocavo in qualche modo ci capivamo. Buongiorno diventava indifferentemente good morning, bon jour, günaydin, kalimera. Ma ciao era ciao. E poi non tutti erano cattolici perché tra quelli con cui giocavo c'erano ortodossi, protestanti, evangelisti, musulmani, ebrei. E quando pregavamo, ognuno di noi andava al suo tempio per pregare lo stesso Dio.

"Iannis, ti kanis" mi diceva l'amico greco. "Polì kalà, esì?" rispondevo. Ma quando mi venne la varricella, era turca e si chiamava 'su çiçek' (fiore d'acqua). Al cinema andavamo a quello della Nato e i film erano tutti in inglese. Quando rientrammo in Italia mio padre fu assegnato al X Comiliter di Napoli. Una volta (erano i primi tempi) mamma mi mandò a fare un po' di spesa. Per il pane andai da Rescigno in vicolo Tiratoio. "Ah, sei tu che vieni dall'estero - mi disse il giovane che serviva al banco - du iù spic inglish?" Gli risposi così come sentivo dai ragazzi americani: "Yeah!" E lui: "Non si dice ià, si dice iès". Non replicai.

Cominciai le medie studiando l'inglese come lingua straniera, ma a dicembre del '61 mio padre fu trasferito da Napoli a Roma e alla scuola media di Piazza Sempione c'erano posti liberi solo nella sezione di francese. Così anche al liceo continuai col francese. Ma quando fui in terza mio padre mi iscrisse ai corsi dello Shenker Institute (un metodo potentissimo, snobbato dagli insegnanti delle scuole) che frequentai per due anni (durante il quinto era bene che mi dedicassi solo alla scuola).

In Accademia agli interrogatori d'inglese con un professore prendevo regolarmente 27 e con l'altro regolarmente 30. Ma l'inglese aveva coefficiente sette (le materie scientifiche nove, quelle militari dieci, l'attitudine militare venti) e il mio 28.500 di media finale contava poco.

Nel 1985 ero capo sezione segreteria dell'Accademia militare. Arrivò una circolare che annunciava il 7° corso d'inglese per corrispondenza. Chiesi al capo ufficio: "Mi posso iscrivere?". "Che devi fare?" mi rispose. "Mi mandano i libri per studiare e dopo alcuni mesi devo fare un esame per l'ammissione al corso intensivo". "Va bene, iscriviti". Mi arrivarono i libri e dopo alcuni mesi feci l'esame e fui ammesso al corso intensivo. Ritornai dal capo ufficio e dissi: "Signor colonnello, sono stato ammesso al corso intensivo. Ce n'è uno da settembre a dicembre e uno da dicembre a marzo". Senza esitazione rispose: "Vai a settembre perché da gennaio dobbiamo cominciare a lavorare per il Giuramento". Pfuì, temevo che mi dicesse di no!

Andai e a dicembre 1986 feci l’esame: terzo grado. Qualche mese dopo (ai primi del 1987) pensai che avevo anche studiato il francese e avrei potuto chiedere l’accertamento, così ritornai dal capo ufficio e gli dissi: “Posso fare la domanda per fare l’accertamento di francese?”. “Che devi fare?” mi domandò ancora. “Faccio la domanda e se me l’accettano vado a fare l’esame e torno”. “Fai la domanda”. Feci la domanda, fu accettata e andai a fare l’esame: terzo grado.

Quando nel 1988 arrivò dallo Sme una circolare nella quale si metteva a concorso un posto per public information officer, io, che da due anni ero l’addetto stampa dell’Accademia, lessi con attenzione i titoli necessari per fare domanda. Maggiore, terzo grado di inglese, terzo grado di francese, esperienza nella pubblica informazione. “Qui manca solo il nome mio” pensai. Feci domanda e a fine agosto 1989 partii per Shape. Con una certa sorpresa appena arrivato scoprii che davo il cambio a un colonnello quasi in pensione che non parlava inglese.

Superai il test obbligatorio e non dovetti sottostare alla umiliazione di andare a scuola d’inglese, cosa normale per gli italiani. Una maggiora Usa durante i primi tempi mi disse: “Sei l’unico italiano che capisco quando parla inglese”. Certo, i primi tempi non furono facili e alla sera avevo un po’ di mal di testa per quella stramaledettissima abitudine che hanno gli americani di usare acronimi dappertutto. Accadde anche qualche incidente, come quella volta che avevo bisogno di un foglio (sheet) formato A-4 e chiesi alla segretaria se mi dava uno shit (stronzo). Scoppiò a ridere. Emmammamia, per una ‘i’ sbagliata! Tutto sommato me la cavai.

Seppi dopo un po’ che a Mons (otto chilometri da Shape) c’era una sede della Alliance Française dove tenevano corsi di francese. All’inizio del secondo anno di permanenza andai e mi iscrissi alla terza (agli italiani facevano di norma saltare la prima classe e qualche volta le prime due). La frequenza impegnava tre sere a settimana dalle 18 alle 20. Ma dopo due-tre settimane mi chiamò il direttore e mi disse che aveva parlato con l’insegnante e secondo lei dovevo passare in quarta. “Ma la quarta è l’ultima per i non madrelingua” obiettai. “Hai fatto letteratura francese a scuola?” mi chiese. “Sì” fu la mia risposta. “Allora passi in quarta”. Alla fine dell’anno presi il diploma del Ministère de l’éducation, Paris.

Dopo un po’ il direttore mi chiamò e mi disse che desiderava che frequentassi anche il quinto anno. “Ma il quinto è per abilitare i madrelingua all’insegnamento del francese all’estero” obiettai. “Tu lo puoi fare” replicò. Ma misi le cose in chiaro. “Sono molto impegnato; faccio il direttore di una compagnia teatrale, regista e attore e durante l’anno avremo prove e due opere da mettere in scena; faccio il direttore del periodico mensile della comunità italiana; sono rappresentante italiano presso il board del circolo ufficiali; e tra le altre cose dovrei anche lavorare. Quindi mi iscrivo al quinto anno ma non farò gli esami”. Borbottò un po’, ma poi gli andò bene così, tanto i soldi glieli davo lo stesso.

Scoprii poi due cose. La prima, che ai tedeschi che conseguivano il diploma in loro ministero della Difesa rimborsava il costo del corso. La seconda, che il diploma poteva essere registrato a matricola, ma nessuno lo aveva mai fatto. Feci la domanda e fu registrato, così aprii la strada anche per gli altri. Nel frattempo mi ero iscritto anche a un corso di spagnolo, uno di portoghese e uno di greco alla scuola di lingue di Shape. Il portoghese dovetti abbandonarlo perché troppo simile allo spagnolo. Abbandonai anche il greco. Con lo spagnolo tenni duro.

Quando cominciai ad acquisire un po’ di padronanza, andai dal capo della missione militare spagnola e chiesi di tradurmi il briefing dall’inglese allo spagnolo perché era mia intenzione, con i gruppi spagnoli che venivano in visita, di fare la presentazione nella loro lingua. Fu molto apprezzato. Quando il briefing fu pronto, chiesi di fare una simulazione per verificare accenti e pronuncia, così come avevo chiesto di fare al collega inglese all’inizio quando avevo preparato il briefing in inglese. Anche questo fu apprezzato. Venne il primo gruppo di studenti della università di Barcellona, anzi Barcelona. Mi lanciai. Il briefing andò bene, ma poi vennero le domande ed ero cosciente di non avere la piena padronanza della lingua. L’adrenalina mi aiutò. Una ragazza alzò la mano: “ Señor coronel, me gustaria hacerle una pregunta” (vorrei farle una domanda) disse con una grazia che mi scioglieva. Pensai un attimo e replicai: “A mi me gustaria saber la respuesta”. La risata che generò mi rese tutto più facile.

Quando nel 1991 fui invitato dal governo degli Stati Uniti (così mi disse il capufficio) a frequentare il corso per Senior public affairs officers a Indianapolis preso la Defense Information School, ci andai con moglie e figlia. Atterrammo a Chicago il venerdì e la domenica sera andammo a Indianapolis. Una settimana di corso e poi a New York. Presi una macchina a nolo (così come avevo fatto a Chicago e a Indianapolis) e ce ne andammo a spasso per New York, Baltimore, Philadelphia, Washington per una settimana prima di rientrare in Belgio.

Imparai subito che negli Stati Uniti occorre avere tre cose per sopravvivere: un po’ d’inglese, una macchina e una carta di credito. Anche quando dovetti portare mia moglie all’ospedale della Holy Family di Chicago per una colica renale. “Do you have an insurance?” mi chiese la signora dell’amministrazione. “No”, maledizione non avevo fatto l’assicurazione. “How would you like to pay, cash or credit card?” proseguì. “Credit card” fu la mia risposta. Ottocento dollari per quattro ore in pronto soccorso.

Un mesetto prima di Pasqua 1992 mi chiamò il capo ufficio, un colonnello dell’Esercito degli Stati Uniti, che naturalmente parlava solo inglese. Mi spiegò che, considerata la mia conoscenza della lingua spagnola, aveva pensato a me per un incarico. Il generale John Galvin, in vista del termine del mandato, sarebbe andato a Madrid e Lisbona per le visita di commiato ai ministri e ai capi di stato maggiore della Difesa. Nelle due capitali avrebbe anche concesso tre interviste: radio, carta stampata e televisione. Poiché parlava spagnolo, a Madrid il generale Galvin le interviste le avrebbe date in spagnolo, e questo era il motivo della scelta ricaduta su di me: gli altri dell’ufficio non avrebbero capito niente.

Se non avevo problemi, sarei partito il giorno dopo Pasqua per Madrid per verificare che l’organizzazione fosse stata messa a punto e avrei preceduto il generale a Lisbona mentre lui dava una conferenza in un’altra città spagnola. Non avevo problemi e l’incarico mi eccitava. Rientrai in ufficio e cominciai a lavorare prendendo i primi contatti con i due stati maggiori della Difesa.

Appena arrivato a Madrid feci una raccolta dei principali quotidiani locali per verificare quali erano i temi più importanti. Inviai i temi a Shape perché lo staff del generale Galvin preparasse le risposte alle eventuali domande. Le richieste di intervistare il generale furono talmente tante che si dovette organizzare una conferenza stampa. Domande e risposte in spagnolo. Io, per ogni evento, dovevo preparare una scheda con sintesi delle domande e sintesi delle risposte per il mio comando. A un certo punto mi accorsi che ascoltavo in spagnolo e scrivevo in inglese. Non mi era mai accaduto prima.

A Lisbona fui accolto da un capitano che mi venne a prelevare dentro l’aereo. Con lui andammo allo stato maggiore della Difesa e facemmo subito una riunione. A un certo punto due dei miei interlocutori si misero a parlare tra di loro in portoghese per commentare alcuni passi di quello che avevamo detto. Io capii quello che si dicevano e intervenni per precisare. “Capisci il portoghese?” mi fu chiesto. “Un poco” risposi. Da quel momento mi parlarono in portoghese. Ma il vero divertimento fu quando mi misi a discutere sia con un tassista di Lisbona (si immagini che razza di portoghese poteva parlare) sia con un tassista di Madrid (che sembrava parlasse usando solo le vocali) alcuni anni dopo quando, lasciato il servizio, ero consulente di un industriale veronese proprietario un gruppo tessile. E mi divertii anche portando a spasso per l'Europa un altro industriale, di Bassano del Grappa.

Nel settembre 1992 rientrai in Italia con l’incarico di comandante del Graco (Gruppo acquisizione obiettivi) di Verona. Nel corso di una conferenza con il 21° Sas britannico spiegai che il Graco stava per essere sciolto e che la loro richiesta di fare esercitazioni congiunte con noi forse non avrebbe avuto esito. Così fu. Ma alla fine del 1993 fui assegnato al comando Forze terrestri alleate sud Europa di Verona. Ai primi del 1994 ci fu l’iniziativa ‘Partnership for Peace’ (Partenariato per la Pace) del Consiglio Atlantico, che aveva lo scopo di avvicinare alla Nato le nazioni centro-est europee liberate dal giogo sovietico.

Meno di due anni dopo (nel 1996) eravamo in Slovacchia a condurre una esercitazione di Partenariato. Quando ci fu la Main Planning Conference, alla riunione di chiusura feci una introduzione nella quale ringraziavo i colleghi slovacchi per l’accoglienza. Niente di straordinario, naturalmente, se non per il fatto che la feci in slovacco. Avevo scritto alcune frasi in inglese e me le ero fatte tradurre da un collega slovacco. Era uno sporco trucchetto di tecnica della comunicazione, ma fu un successo.

Nel 1997 andammo con il comando Ftase in Romania, a Sibiu, Transilvania. Rimanemmo un paio di settimane e dopo poco cominciai a articolare alcune frasi in romeno. Mi divertiva tanto, mi eccitava appropriarmi di quel poco che potevo di quella lingua, tra l’altro neolatina, quindi abbastanza vicina ai suoni italiani. Quando mi accadde di salutare il generale romeno responsabile della organizzazione, mi rivolsi a lui con alcune frasi in romeno, che mi ero fatto preparare da un collega.

Mi eccita ancora oggi ascoltare il suono delle altre lingue. Quando ero bambino in Turchia e i miei genitori andavano ai cocktail, affidavano me e mio fratello a una baby sitter. Senza il controllo di mio padre, diventavo proprietario del Grundig (radio, registratore, giradischi) che in sala aveva un ruolo importante. Mi sintonizzavo sulle onde corte e andavo alla ricerca di altri suoni, altre lingue. Lasciavo accarezzare le mie orecchie da queste lingue. Queste lingue diverse dalla mia, che pure mi affascinavano. Dietro quei suoni diversi c’erano usi e costumi diversi, modi di pensare diversi, religioni diverse, ma la stessa natura di essere umano e lo stesso Dio.