Prosa

Presenze

Giovanni Bernardi, 1995

La notte si squarcia all'improvviso e mi spalanca gli occhi; non sono agitato, ma ho qualcosa dentro che non mi lascia dormire. Se potessi parlare con qualcuno, mi rasserenerei. Ma ecco che avverto una sensazione, come di una presenza; non so dove; forse qui sulla porta o forse ai piedi del letto, o forse chissà dove. Mi turba, mi turba questa sensazione! Ora la sento chiaramente; dev'essere per le scale; pare un vociare. Mi sembra che la porta di casa si apra; il vociare si fa più intenso; li sento vicini; li aspetto.

Ecco! Sulla porta della camera da letto s'affacciano due figure. Lei quarantenne, portamento altero, capelli nero corvino, il seno prepotente, sotto braccio a lui, anziano e con un'aria aristocratica che lo fa ritenere più alto di quello che è; la fronte fortemente stempiata e la barba a pizzo bianca. "Nonna Carmela e nonno Giovanni! Siete voi, lo so! Non vi ho conosciuti, ma i racconti di mio padre e le foto mi hanno dato quanto mi bastava per amarvi! Nonna Carmela, perché te ne sei andata così presto? Sai, vero, cosa hai fatto nell'animo di quel bambino di nove anni che non viveva senza di te? Sai che mio padre ancora ti aspetta? Lo sai, vero? Nonno Giovanni, la tua dignità t'impediva di scappare nel rifugio come tutti gli altri quando i bombardamenti martirizzavano Napoli e affermavi che avevi due figli in guerra e la fierezza non ti consentiva di nasconderti alle bombe alleate". Muovono le labbra, mi rispondono; non emettono suoni ma io li intendo benissimo; mi parlano e mi raccontano la verità. Poi si muovono e prendono posto su due sedie che si materializzano, non so come, ai piedi del letto.

Si presentano, allora, sulla soglia della camera da letto, altre due figure chiaramente delineate nel buio della notte. Lei sessantenne, uno sguardo intenso e indagatore; lui appena un po' curvo per la pesantezza degli ottant'anni ma con il vestito estivo stirato di fresco e i pochi capelli tirati con la brillantina. "Nonna Filomena e nonno Romolo, anche voi mi siete venuti a trovare! Nonna Filomena, flebile ricordo nella memoria di un infante appena cosciente della propria esistenza! Ogni tanto vado a sfogliare gli album di antiche foto che mio padre conserva gelosamente e mi piace soffermarmi su quella che mi ritrae, bambino, nella macchinina a pedali che mi regalasti. Nonno Romolo, il ricordo di te è più profondo per gli anni vissuti insieme; e quando non insieme, vissuti comunque intensamente a distanza. Tu per me non te ne sei mai andato; ti ho sempre sentito vicino: a consigliarmi, a proteggermi, a darmi quella dignità di uomo che il tuo esempio mi sapeva dare quand'eri tra noi". Anch'essi rispondono con frasi perfettamente intelligibili ma senza suoni. Prendono posto su altre due sedie.

Ancora una figura; bello, alto, decorato, nella sua uniforme di ufficiale degli alpini. "Zio Aldo! Tutti mi dicevano sempre che ti somigliavo. Ti ricordi quando andammo a vedere i Dieci Comandamenti? Solo dopo tanto tempo capii perché il tuo caffè preso in un bar di Napoli era senza caffeina. Quando il tuo cuore cedette, ritornammo precipitosamente dalla Turchia. In cucina, babbo, ritornato per il pranzo, non aveva fame; cercò di dire qualche parola, poi scoppiò in lacrime. Mormorò il tuo nome. Mamma capì e si rifugiò in camera da letto a piangere. Suo fratello se n'era andato e niente avrebbe mai più consolato il suo dolore. Quando, a Napoli, mamma mi scoprì con gli occhi gonfi di lacrime, con dignità si controllò e mi dette alcune lire per andarmi a comprare un giornalino; non volli offenderla e andai, ma di quel giornalino non seppi proprio cosa farmene". Con voce bassa, cavernosa, sorridendo come sempre, mi ricorda particolari e fatti che si erano assopiti nella mia memoria. Un'altra sedia appare; si siede anche lui.

Altre due figure. "Zio Vincenzo, zia Caterina, ci siete anche voi! Non avete avuto figli, ma siete stati genitori e nonni per tutti noi. Zia Caterina, ricordo come fosse ieri l'accorato dolore di zio Vincenzo quando te ne andasti; tornavo con la nave dalla Sicilia; un taxi mi condusse all'ospedale; mi dissero che non c'eri più. Zio Vincenzo, ti ricordi quei pranzi di Pasqua a casa tua, con il nonno che ci benediceva tutti con il ramoscello d'ulivo? Che abbuffate! E ti ricordi quella volta che comprasti, per Capodanno cento tric-trac? Che botti! A Napoli, il 31 dicembre sembrava una guerra. Sarà ancora così?". Sorridono al nipote e prendono posto anche loro con gli altri.

Un gruppo adesso: zio Gaetanino, zia Elvira e zio Nino; due genitori e un figlio vissuti all'insegna della semplicita, come delle persone normali, troppo normali; quasi a voler distinguere la loro semplicità dall'alterigia di alcuni. Sì, siete presenti anche voi nel mio presente! Mi salutano e si siedono.

"Zia Maria! Anche tu sulla soglia della porta! Avevi un'aria stanca, tanto stanca; ma avevi la forza di sorridere a noi tre nipoti che ti assistevamo negli ultimi istanti della tua esistenza. Te ne andasti quasi chiedendo scusa per il disturbo che ci arrecavi. Io lo capii e ti chiesi a mia volta scusa per la nostra impotenza che non ci consentiva di aiutarti a restare. Babbo arrivò il giorno dopo, con dignità ti salutò per l'ultima volta, e fu l'addio".

Si presenta, ultima, la figura esile di una donna, pallida ma sorridente. E' lei! Il corpo ancora di un'adolescente e lo sguardo sognante di una volta. "Sissi torna, ti prego, torna almeno una volta, almeno a rivedere i tuoi figli che abbandonasti nel pieno della tua giovinezza!". "Mio amato Gianni - e questa volta mi sembra che le parole risuonino nella stanza - una mamma non abbandona mai i suoi figli". Continua a parlare con tono pacato, pronunciando parole misurate e lente; ed anche gli altri l'ascoltano, quasi come fosse la saggezza.

Il mio animo s'acquieta. Dai rami degli alberi che circondano la casa il cinguettìo dei passerotti preannuncia l'alba. Finalmente il sonno mi prende.