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| Prosa | |
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La radio-sveglia è una Sony a ricerca elettronica della sintonia e sette stazioni programmabili; me la regalarono nell'ottantanove Dino, Antonella, Ugo e Ivonne in occasione del mio onomastico: 24 giugno. Può svegliare in due modi: o accendendo la radio, oppure con un fastidioso e ripetuto beep che le istruzioni chiamano buzzer.
A dire il vero, ci provai a farmi svegliare con la radio; mi veniva pure comodo alle sei ascoltare il primo giornale, ma una volta il volume era troppo basso e non la sentivo, un'altra era troppo alto e mi faceva sobbalzare nel letto. Così optai per il buzzer. Suona. Mi sveglio. Mi alzo. La prima luce dell'alba già rischiara le stanze, non come quando di notte, insonne, percorro a luci spente il corridoio a tastoni cercando di non andare a sbattere contro i mobili. Ancora prima di arrivare in cucina la micia è già dietro di me. So già cosa vuole. Apro lo sportello del pensile e prendo la scatola di crocchini; gliene verso un po' nella scodella. Accendo la radio; è una vecchia Allocchio Bacchini con l'occhio magico, fine anni Quaranta; la comperai per 50-60mila lire sulla bancarella di un mercatino a Piazza Grande a Modena da un giovane giornalista pieno d'iniziative che poi diventò mio amico. Conviveva, all'epoca, con una giovane donna unanimemente giudicata bellissima, saggia e misurata ma un po' antipatica. Troppo perfetta per lui, che non era bello ma piaceva, mezzo pazzo e smisurato ma simpaticissimo. Infatti, un giorno lei lo lasciò perché lo scoprì a letto con un'altra donna. La macchinetta del caffè è dello stesso modello di quella che ci regalarono zia Adriana e zio Gino tanti anni fa, solo più grande: sei-otto tazze. In attesa che il caffè passi, seduto su una delle due poltrone che sono sotto la finestra e che furono di mio suocero, mi lascio accarezzare le orecchie dall'antica voce della radio, che ci impiega un po' di tempo a scaldare le valvole, ma quando comincia a parlare riempie del suo tono caldo la cucina soggiorno. Intanto il mio sguardo si poggia su ciascuno dei macinini ordinatamente disposti sui mobili della zona pranzo. Francamente, anche a cercare di spiegarlo, sarebbe difficile far capire agli altri come mai, con 30 macinini in casa, il caffè lo compriamo macinato. Il caffè ad Adriana glielo porto a letto; il mio lo bevo in piedi vicino al fornello. Mentre lo sorseggio, la micia, che nel frattempo ha finito i suoi crocchini, si stira in quel modo caratteristico che hanno i gatti, allungando prima una zampa anteriore, poi l'altra e nello stesso tempo sollevando il posteriore. Si avvicina alle mie gambe e, andando ora in qua ora in là, vi si struscia languidamente e miagola; mi guarda e miagola; e poi ancora mi guarda e miagola. La prendo finalmente in braccio e l'accarezzo. Fa le fusa mentre in estasi, gli occhi chiusi, allunga il collo. Così per qualche minuto. Dopo un po', appagata, si risveglia, si scrolla e salta giù. Si volta un attimo, miagola ancora e se ne va. "Buona giornata anche a te, micia!" Quante volte qualcuno accanto a noi miagola e non ce ne accorgiamo nemmeno! Eppure, basterebbe solo una carezza. Solo una carezza. |