![]() |
| Prosa | |
|
Avevo otto anni. Mio padre era dovuto rientrare dalla Turchia (dove eravamo dal 1956 e dove rimanemmo fino al 1960) per frequentare un corso di sei mesi a Bracciano. Così anche noi (mamma, Romolo e io) eravamo rientrati e abitavamo nella casa del nonno in vico Rosario di Palazzo. Frequentai secondo e terzo trimestre della quarta elementare alla scuola Egiziaca a Pizzofalcone. Ma avevo febbri continue. I miei si consultarono con un medico che decretò: "Tonsille!". Così mi operarono e - visto che c'erano - mi tirarono via anche le adenoidi.
Ricordo che ero in braccio a una infermiera e davanti a un lavandino. Aprii la bocca (a qualcuno la mantenevano aperta con un marchingegno, io l'aprii e basta). Il dottore mi infilò in gola un aggeggio e fu questione di un attimo. Non sentii quasi niente, solo un pizzico. Venne fuori dalla mia gola un glu-glu, come quando si fanno i gargarismi. Subito dopo l'infermiera mi portò con la testa sul lavandino. E allora vidi il sangue, tanto sangue che usciva dalla bocca. Mi dissero che ero stato coraggioso, molto coraggioso. In realtà, avevo solo subìto e non mi sembrava di avere fatto questo grande atto di coraggio. Ma se lo dicevano loro... Per tranquillizzarmi, prima della operazione mi avevano detto che avrei potuto mangiare tanti gelati. Ma quando ci provai, mi faceva male la gola. Ne mangiai quindi uno solo, quasi per far loro piacere, ma che male! In compenso mio padre, che aveva cominciato da tempo a raccogliere le scatole del Meccano, mi consentì di giocarci. Fu quella la prima volta. In quel grande letto di ospedale tutti mi volevano far giocare con qualcosa. Tutti mi erano attorno. Il bambino e i grandi. Stetti al gioco: le tonsille, il gelato, il Meccano e altri giochi. Ma io volevo un'altra cosa: amore. E quando lo avvertii provenire da mio padre, che seduto sul mio letto mi accarezzava il volto, piansi. |